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Berlino, 12 ott – Sta facendo molto discutere la decisione con cui Henriette Reker, sindaco di Colonia, ha dato il via libera alle moschee per far risuonare il canto dei muezzin nelle strade della città renana. Si tratta, nello specifico, di un progetto della durata di due anni, che permetterà alle comunità islamiche – a Colonia sono presenti 35 moschee – di richiamare i proprio fedeli alla preghiera, ogni venerdì tra le ore 12 e le 15. Il richiamo non dovrà durare più di cinque minuti anche il volume degli altoparlanti sarà regolamentato per contratto. Non è la prima apertura che la Germania fa nei confronti dell’islam, ma certamente Colonia è finora la città più grande che si è mossa in tal senso.



La supercazzola della «diversità»

Il sindaco, eletto nel 2015 da indipendente, ha spiegato così la sua posizione: «Se nella nostra città, oltre al suono delle campane, sentiremo risuonare anche il canto del muezzin, questo dimostra che a Colonia la diversità viene sia rispettata che vissuta». E ancora, rispondendo alle numerose critiche: «In Germania vige un diritto fondamentale, quello alla libertà di culto. Non è mio compito valutare (figuriamoci proibire) i messaggi religiosi, di qualunque credo essi siano», specificando inoltre che questa decisione mira a integrare l’islam nella Germania di oggi, dove sono presenti molti fedeli musulmani.

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Una pioggia di contestazioni

Come detto, però, le critiche sono state molte. A far preoccupare è in particolare la formula Allahu Akbar («Allah è grande») che ogni muezzin pronuncia richiamando i correligionari alla preghiera. A insorgere è stata, tra gli altri, Necla Kelek, sociologa tedesca di origini turche ed esperta di islam: «Quando Allahu Akbar viene pronunciato, accorrono esclusivamente uomini, che hanno lasciato le loro mogli a casa», ha dichiarato Kelek alla Bild. «È paradossale che sia stata proprio una donna, in veste di sindaco, a confermare a questi uomini che il loro modello di società è giusto, qui in mezzo a tutti noi».

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Dello stesso avviso è anche Shammi Haque, una reporter della Bild che, nel 2015, è dovuta fuggire dal Bangladesh a causa delle persecuzioni degli islamisti: «La Reker sostiene che tutto questo sia un “segno di rispetto e diversità” – ha scritto la giornalista – ma per me è tutto il contrario: è un segno di discriminazione. Il richiamo del muezzin mi ricorda torture, odio e sangue». E ancora: «Nel 2015 sono stata costretta ad abbandonare il Bangladesh per colpa degli islamisti, proprio perché avevo contestato pubblicamente l’islamismo. Se adesso mi tocca ascoltare Allahu Akbar dagli altoparlanti anche in Germania, io penso a tante cose, ma di certo non alla “diversità”».

Germania e islam: un rapporto difficile

Anche un altro giornalista della Bild, Daniel Kremer, non vede di buon occhio questo cedimento della Germania all’islam: «È sbagliato equiparare il canto del muezzin al suono delle campane. Le campane sono un segnale che aiuta anche a leggere l’ora, mentre il muezzin grida “Allah è grande” e “Attesto che non c’è altro Dio all’infuori di Allah”. Questa è una grande differenza». Le medesime preoccupazioni, del resto, sono condivise da Ahmad Mansour, psicologo ed esperto di integrazione etnica: «Non si tratta di “libertà religiosa” o “diversità”, come sostiene il sindaco Reker. I responsabili di una moschea vogliono visibilità. Celebrano il muezzin come una dimostrazione di potere sui loro quartieri». Insomma, secondo Mansour quella della Reker «è solo un’azione di politica simbolica molto ingenua, che non rafforza affatto l’integrazione dei musulmani, ma porterà a un’ulteriore frattura all’interno della nostra società. A mio parere, a una moschea interessa unicamente avere maggiore visibilità e fare una dimostrazione di forza».

Gabriele Costa



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