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Berlino, 8 nov – La Merkel ci ha provato in tutte le maniere a contrabbandare la “politica delle porte aperte” come un arricchimento culturale per tutti i tedeschi. Ha tentato addirittura di far passare i profughi in arrivo come lavoratori altamente qualificati e scolarizzati. Ci sono state difficoltà, certo: un Capodanno a Colonia qui, un attentato terroristico a Berlino là. E la cancelliera, imperterrita, ripeteva come un mantra: wir schaffen das, “ce la faremo”. Ma la realtà, si sa, prima o poi presenta il conto. Che a volte assume la forma di un tracollo elettorale (vedi il -8% alle ultime elezioni per l’Unione), altre volte invece si traduce in numeri.

E i numeri che arrivano dal mondo della scuola sono impietosi. Secondo alcune ricerche della Federazione dei ministeri dell’Istruzione (Kmk), moltissimi alunni di vari Länder sono carenti in matematica, grammatica e ortografia. La metà degli studenti ha gravi difficoltà addirittura a leggere un brano semplice o a scrivere un breve messaggio. Pare infatti che questi dati preoccupanti siano strettamente legati alla sempre più corposa presenza di bambini immigrati, alcuni già nati in Germania. Non può infatti essere un caso che questi problemi siano stati riscontrati proprio negli ultimi anni, cioè da quando (2011) gli alunni immigrati sono aumentati del 34%.

Questi numeri però, al di là dei ritardi e dissesti dell’istruzione tedesca, pongono un’altra questione che si trova più a monte: siamo proprio sicuri che i bambini nati nei Paesi europei, grazie allo ius soli, riescano a integrarsi meglio? Stando a questi dati e a quelli che arrivano da classi italiane con forte componente allogena, pare proprio di no. Se il bambino a casa parla la lingua madre dei genitori, giocoforza avrà notevoli difficoltà anche a scuola, ritardando così l’apprendimento degli altri alunni che, a loro volta, potrebbero impigrirsi. Insomma, questa bella favola del multiculturalismo assume sempre più i contorni di un’impresa in perdita.

Gabriele Costa 

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3 Commenti

  1. un neonato apprende una lingua come processo naturale (così come il camminare) e questo avviene semplicemente PER ESPOSIZIONE…quindi se i genitori parlano tra loro la lingua madre (al 99% è così e non si capisce perchè dovrebbe essere diversamente) quel bambino imparerà in primis quella lingua anche se si trova in capo al mondo piuttosto che nella sua africa,cina o siria.

    fatta salva questa premessa,è evidente che se ci sono stranieri in classe (specie in tempi in cui tutto è RAZZISMO) non puoi più nè selezionare nè rimarcare troppo negativamente gli errori di tutto il resto della scolaresca,con un evidente appiattimento verso il basso ove -paradossalmente- nemmeno il piccolo genietto della matematica cinese potrà emergere in una classe di “tutti uguali e nessuno indietro”.

    nel frattempo leggevo che a Singapore offrono borse di studio ai primissimi della classe delle più titolate scuole di tutta l’Asia per andare a fare da traino vincente nei loro istituti in una competizione verso l’alto; colui il quale ha inventato l’espressione “ci mangiano il riso in testa” a mio modesto avviso deve aver visto dal vivo esperienze scolastiche del genere,magari dopo essere passato tra le larghe maglie del 18 politico e degli “esami di gruppo” di sessantottiana memoria.

  2. Mio figlio ha insistito per frequentare l’alberghiero (che per fortuna poi ha lasciato): in classe tutti stranieri, italiani pochissimi, quasi tutti rumeni. Controllandogli i compiti di italiano ho trovato esercizi con maiuscole e minuscole: “casa” “Carlo” ecc.. , mentre in matematica c’era il nonno che divideva le caramelle con i nipotini. Alle mie rimostranze, i professori si sono giustificati dicendo che il grado di preparazione degli alunni stranieri corrispondeva alla terza elementare e non potevano assolutamente andare avanti col programma normale

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