Tokyo, 2 feb – In Giappone l’onore non è un semplice termine svenduto al mercatino dell’usato, sbeffeggiato e svilito dalla retorica radical chic di casa nostra. E’ un principio ancora saldo che vale più di ogni altra cosa, anche della propria vita. Stupisce quindi fino a un certo punto il gesto eroico di un sergente delle Forze di Autodifesa Terrestre giapponesi, truppe armate che durante un’esercitazione di discesa libera sul monte Kusatsu-Shirane, vulcano ancora attivo della Prefettura di Gunma, lo scorso 23 gennaio sono state sorprese da un’improvvisa eruzione.

Di fronte alla pioggia di pietre incandescenti lanciate dal vulcano, il sergente maggiore Takayuki Izawa e i suoi uomini hanno cercato riparo dietro agli alberi, che però non reggevano l’urto dei massi sparati ad alta velocità. A quel punto Izawa è uscito allo scoperto e ha usato il proprio corpo come scudo per proteggere i propri soldati. Una delle pietre infuocate ha colpito la schiena di Izawa, provocandogli danni irreparabili ai polmoni. A nulla è valsa la corsa disperata in ospedale, il sergente di 49 anni è morto durante il tragitto.

La storia è passata quasi sotto traccia in Giappone, perché tutto sommato da quelle parti è scontato che un ufficiale non scappi di fronte al pericolo e difenda fino alla morte i propri sottoposti, come un padre che darebbe tutto per i propri figli, come un uomo ancora in grado di pensarsi oltre la propria sfera individuale. Il sergente Takayuki Izawa, che i suoi soldati descrivono come appassionato e sempre sorridente, dopo venti anni passati nell’esercito, era andato in pensione da cinque anni per studiare chiropratica. Si era però arruolato di nuovo, per fare da insegnante alle nuove leve giapponesi, in un momento storico in cui il Sol Levante sta tornando ad alzare la testa anche nel campo della sovranità militare. Izawa è morto così, a testa alta. Come un antico samurai, come un uomo.

Eugenio Palazzini

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