Roma, 5 set – Tra le macerie lasciate da dodici lunghi e distruttivi anni di guerra in Siria, alcune di queste furono già rovine che raccontano la storia degli antichi popoli. La Siria è una terra antichissima, patria e caravanserraglio di civiltà che dettarono la storia dell’umanità. Tra i  tanti siti archeologici del Vicino Oriente antico, vi è però una città, in particolare, andata scomparsa e rimasta avvolta nel mistero per oltre quattromila anni. Stiamo ovviamente parlando dell’antica Ebla. Misteriosa città del nord della Siria a soli 60 km da Aleppo.

L’antica Ebla

Fondata probabilmente nel periodo Uruk, nel IV millennio a.C., fin dal terzo millennio a.C. Ebla fu un importante città del Bronzo antico. Dominando il territorio settentrionale tra Hama e Aleppo, anche senza sbocchi sul Mare Mediterraneo probabilmente rappresentava il centro politico e commerciale dell’intera zona ad ovest dell’Eufrate. Per due volte venne distrutta e saccheggiata, e per due volte venne ricostruita dai suoi abitanti. Subì però poi una terza e ultima aggressione che ne causò la totale distruzione, nella seconda metà del II millennio a.C.. Citata anche negli annali di Tuthmosi III, il nome di Ebla potrebbe significare “pietra bianca”, in riferimento alle pietre calcaree sulle quali è stata fondata.

Da patrimonio archeologico a roccaforte dei terroristi

Negli ultimi dodici anni, Ebla, l’odierna Tell Mardīkh, era purtroppo divenuta roccaforte delle milizie internazionali di occupazione del fronte anti-Assad. Ribelli e terroristi iconoclasti, giunti qui da mezzo mondo, nel corso della guerra hanno scavato trincee in questo sacro suolo. Hanno riutilizzato templi e pietre dell’antica città per farne caserme, latrine e postazioni belliche. Consci del fatto che l’esercito siriano di Bashar al Assad non avrebbe mai colpito l’enorme patrimonio archeologico dell’antica Ebla, le milizie jihadiste, per anni, si sono fatte scudo con le antiche mura trafugando i preziosi reperti che contenevano.

La Siria ha vinto 

Oggi però il sole di Siria è tornato ad illuminare quasi interamente questo suolo. Il presidente Bashar al Assad ha resistito con il suo popolo all’aggressione del terrorismo internazionale e alle sanzioni occidentali. L’esercito siriano a riconquistato oltre il novanta per cento del territorio, liberandolo finalmente dalla morsa jihadista per ricongiungerlo finalmente con il resto della patria. Oggi, nella odierna Siria liberata, anche l’ultimo tesoro archeologico torna all’abbraccio delle sue genti. Anche l’antica Ebla, così come la meravigliosa Palmira, potrà presto tornare ad ospitare chi si prenderà cura delle sue millenarie pietre.

La scoperta italiana

Tra i tanti archeologi, in fila con i loro scalpelli e le loro cazzuole per accreditarsi un posto sole sulla sabbia dell’antica Ebla, ve ne è soprattutto uno, di casa nostra, che della millenaria città è il padre moderno. Nel 1964, infatti, la prima campagna di scavi in questo luogo fu di una missione archeologica italiana. Il gruppo di ricercatori che scoprì la “città perduta” era diretto da Paolo Matthiae, dell’Università La Sapienza di Roma. Ebla era menzionata da diversi testi mesopotamici, ittiti, biblici ed egizi, ma non si conosceva la sua reale ubicazione. Fino ad allora, infatti, gli archeologi di mezzo mondo che cercarono Ebla non ebbero alcun successo. Solo nel 1968, però, con il recupero di vari monumenti protosiriani tra cui il torso di un re di Ebla, Ibbit-Lim, fu confermato che Tell Mardīkh era l’antica Ebla. Poi la successiva grande scoperta arrivò tra il 1974 e il 1976, quando furono scoperti i preziosissimi archivi del palazzo reale.

Il “padrino” italiano torna alla sua Ebla

Tornando ai giorni nostri, il “padrino” di Ebla, Paolo Matthiae, ha annunciato che, per la prima volta dal 2010, finalmente una nuova missione Italia tornerà a Tell Mardīkh per studiare e recuperare il patrimonio archeologico dell’antica Ebla. Lanciando un appello all’Università La Sapienza e al ministero degli Affari Esteri, per ottenere i fondi necessari all’avvio della missione, Matthiae avverte però che per il corretto ripristino dei cantieri serviranno almeno 3 anni.

Liberare subito la Siria da embargo e sanzioni

C’è però un fattore tutt’altro che semplice di cui tenere conto in questa nuova missione archeologica. Negli ultimi anni, infatti, in coro con altri stati occidentali, l’Italia ha sottoscritto le sanzioni alla Siria di Bashar al Assad. Supini nei confronti di Bruxelles e Washington, gli ultimi governi italiani hanno contribuito al vergognoso embargo contro una Siria già piegata da una guerra decennale. Una guerra che il popolo siriano ha combattuto contro il demone del terrorismo internazionale, non con bandiere arcobaleno e gessetti colorati, tanto di moda in Europa, ma bensì aiutata unicamente da russi, Hezbollah e Pasdaran iraniani. In questo scenario geopolitico, ora che la Siria ha riconquistato la sua irrinunciabile sovranità nazionale, bisogna vedere se il governo di Damasco acconsentirà al rientro dei vecchi amici archeologi italiani. Sicuramente, qualsiasi sarà il governo che verrà eletto in queste imminenti elezioni, dovrà rivedere le deplorevoli politiche verso la Siria, tornando magari a riallacciare quell’amicizia e quei decennali rapporti; culturali, commerciali ed energetici, che fin dall’Impero Romano legarono i nostri popoli.

Andrea Bonazza

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