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Washington, 1 ago – Domenica scorsa lo Zimbabwe ha convocato l’ambasciatore americano nel Paese africano dopo che un consigliere del presidente americano Donald Trump avrebbe “incolpato” la nazione di orchestrare le feroci proteste in corso negli Stati Uniti, scoppiate dopo la morte dell’afroamericano George Floyd.

La connessione Cina – Zimbabwe

Le proteste sono partite da Minneapolis, città in cui è morto Floyd, fino a propagarsi in tutti gli Stati Uniti, degenerate in saccheggi, incendi, rapine e violenze. Con la protesta ancora in corso, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Trump, Robert O’Brien, domenica ha rilasciato un’intervista all’emittente televisiva Abc, sostenendo che vi sono “avversari stranieri” che stavano fomentando le manifestazioni in corso negli Stati Uniti, individuando tra di essi, in particolare, lo Zimbabwe e la Cina. O’ Brien ha detto di aver letto alcuni tweet cinesi che “esultavano per il caos in America“, aggiungendo che tutti gli avversari stranieri coinvolti non avrebbero potuto “cavarsela”.

“Zimbabwe non è nemico dell’America”

In seguito a queste dichiarazioni la nazione africana ha deciso di reagire convocando l’ambasciatore Usa: “Lo Zimbabwe non si considera l’avversario degli americani. Preferiamo avere amici e alleati piuttosto che avere avversità inutili le altre nazioni, compresi gli Stati Uniti”, ha scritto Nick Mangwana, un alto funzionario del Ministero dell’Informazione dello Zimbabwe, su Twitter. Lo Zimbabwe è da tempo, almeno dal punto di vista economico e degli investimenti, molto influenzata dalle politiche cinesi. A marzo, Donald Trump ha esteso di un altro anno le sanzioni già emesse contro lo Zimbabwe. La ragione risiederebbe nelle decisioni del governo di Emmerson Mnangagwa, che sarebbero «una minaccia insolita e straordinaria» per la politica estera degli Usa, critici nei confronti delle manovre repressive in ordine alla libertà di pensiero del successore di Robert Mugabe.

Ilaria Paoletti

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