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Washington, 18 set – Le elezioni presidenziali americane di questo novembre si preannunciano tirate fino all’ultimo voto. Esattamente come quattro anni fa anche stavolta tutti i media mainstream decretano già con certezza la sconfitta di Donald Trump. Come è andata nel 2016 lo sappiamo tutti e la storia potrebbe ripetersi.

Crisi e rinascita

Durante i suoi anni di mandato The Donald ha goduto costantemente di una discreta approvazione popolare, sospinto soprattutto dai dati positivi degli indicatori economici. Ad inizio anno però cominciano i problemi. Prima il coronavirus che colpisce duramente gli Stati Uniti, causandogli numerose accuse di aver sottovalutato il problema. Poi la morte di George Floyd e l’inizio della campagna Black Lives Matter, tutt’altro che spontanea ma telecomandata dai progressisti in funzione anti-Trump. Il presidente uscente si trova così sotto un fuoco incrociato di attacchi, mentre il suo avversario, l’anonimo Joe Biden, sembra volare nei sondaggi che lo danno in vantaggio addirittura di 15 punti percentuali. Ma mentre la stampa progressista canta già vittoria, un po’ come la scorsa volta con la Clinton, parlando addirittura della presunta volontà da parte di Trump di ritirarsi dalla contesa elettorale, il magnate newyorkese ingrana la marcia e comincia la sua rimonta. A sospingerlo sono prevalentemente tre fattori: i successi raggiunti in politica estera, la degenerazione delle proteste ‘Black Lives Matter’ e l’inconsistenza del suo sfidante.

Un Presidente di “pace”

Con la firma da parte di Emirati Arabi Uniti e Bahrein di un accordo di normalizzazione delle loro relazioni con Israele, Trump si è ritagliato un ruolo di primo piano come mediatore nel complesso scenario mediorientale. Oltre ai cosiddetti ‘Accordi di Abramo’, nelle settimane scorse il presidente americano è stato garante di un’altra intesa storica, quello tra Serbia e Kosovo, sottoscritta proprio alla Casa Bianca. Questi accordi, seppur in realtà più che pacificare non facciano che gettare benzina sul fuoco, contribuiscono ad alimentare l’immagine di Trump come presidente capace di tener fede al forte protagonismo americano nel mondo senza la necessità, a differenza dei suoi predecessori, di imbarcarsi in costosi e difficili scenari di guerra.

Black Lives Matters ormai fuori controllo

La mobilitazione cominciata a maggio dal movimento Black Lives Matter in seguito alla morte di George Floyd ha inizialmente potuto godere di un certo consenso popolare, soprattutto tra i giovani e gli afroamericani. Poi però le rivendicazioni di ‘giustizia’ e ‘diritti’ hanno lasciato spazio prima alla furia iconoclasta e poi ad una violenza incontrollata che ha trasformato le strade di alcune città americane in vere e proprie zone di guerra con morti e feriti. Ciò sta spaventando molti elettori moderati, afroamericani inclusi, e mettendo in imbarazzo i democratici per il loro sostegno ad un movimento ormai dominato dalle sue frange più estreme e violente.

Un avversario ‘addormentato’

Da ormai quattro mesi Trump ha ricominciato a girare tutto il paese con comizi, manifestazioni e bagni di folla. The Donald è un abile show-man e l’entusiasmo dei suoi sostenitori, galvanizzati dal successo della recente convention repubblicana di Washington, è perfino più alto di quello del 2016. Il suo sfidante invece si è trincerato dietro incontri esclusivamente virtuali (videoconferenze ed eventi digitali) e in ogni caso non sembra certo avere la verve necessaria a scaldare le piazze. Soprannominato ironicamente da Trump come ‘Sleepy Joe’ (‘Joe l’addormentato’), il candidato democratico risulta veramente anonimo e privo di carisma, incapace di toccare il cuore perfino del proprio elettorato. Riesce a risultare al tempo stesso troppo moderato per attrarre gli elettori ‘arrabbiati’ e troppo vicino alla sinistra radicale (come testimonia anche la nomina a sua vice di Kamala Harris) per piacere ai repubblicani delusi da Trump.

Per i Dem torna l’incubo del 2016

Così se fino a qualche tempo fa la differenza tra i due candidati sembrava incolmabile, oggi per la prima volta dall’inizio dell’anno Trump viene dato in vantaggio sia da un sondaggio condotto dall’agenzia ‘Rasmussen Reports’ (47% contro 46%) sia da una rilevazione del ‘Democracy Institute’ (48% contro 45%). Ma al di là dei singoli dati, tutti i media americani riconoscono che il presidente in carica sta recuperando terreno a grande velocità. A preoccupare i democratici è anche il confronto tra la situazione attuale e quella del 2016. In questo stesso periodo quattro anni fa Hillary Clinton poteva vantare numeri nettamente migliori di quelli attuali di Biden e nonostante tutto ciò non è bastato a fermare l’ascesa di Trump, un vero mago della campagna elettorale e decisamente a suo agio nei dibattiti pubblici.

Sono proprio quelli adesso a spaventare i democratici, vista la scarsa capacità oratoria e l’attitudine alle gaffe del proprio candidato, insieme ai cosiddetti ‘secret Trump voters’, ovvero i sostenitori di Trump che non si espongono pubblicamente ma nel segreto dell’urna votano The Donald. La partita quindi è quanto mai aperta, tenendo conto anche del particolare sistema elettorale americano, nel quale a decidere il vincitore non è il totale dei voti raccolti (nel 2016 la Clinton ottenne quasi 3 milioni di voti in più di Trump) ma i risultati nei singoli stati federali.

Lorenzo Berti

3 Commenti

  1. Se perde Trump unico baluardo di libertà tutto il mondo cadrà sotto la cappa mortifera della dittatura sanitaria che noi italiani stiamo sperimentando da mesi e verso cui non ci ribelliamo dimostrando così di essere un popolo di schiavi e di codardi. Trump vincerà ma non salverà noi italiani – possiamo salvarci solo se ci svegliamo – ma non vedo segnali in tal senso – chi è causa del suo mal pianga se stesso

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