Copenaghen, 24 apr – Il senso degli inuit è tutto per la neve, così insegna la storia e così sosteneva Peter Hoeg nel suo celebre romanzo che negli anni novanta diede un lampo di notorietà alla Groenlandia. Oggi però tra i ghiacci dell’antico popolo di Thule, si gioca una partita ancor più da brividi. In Danimarca le elezioni nell’enorme isola ancora più a nord del Circolo polare artico sono vissute come un vero e proprio referendum per la secessione. La “Catalogna dei poveri”, come l’ha definita qualche osservatore, è decisa infatti a staccarsi dalla madre patria danese. Rischio Greenxit, scrivono i quotidiani di Copenaghen, perché se vincessero i partiti indipendentisti (cosa affatto peregrina) si aprirebbe una crisi di portata internazionale. La Groenlandia conta appena 57 mila abitanti ma ricopre il 98% del territorio danese. Ed è proprio il territorio, la “Terra degli uomini del Nord”, così la chiamano gli inuit, ad essere al centro dell’attenzione mondiale.
Non si tratta quindi di una trascurabile tornata elettorale in un luogo dimenticato da Dio, tutt’altro. Se infatti fino a dieci anni fa il potere era tutto nelle mani di Copenaghen, nel 2009 all’isola è stata concessa una particolare autonomia: in ambito legislativo, giudiziario e nella gestione delle risorse naturali. Politica estera e difesa restano ancora appannaggio della Danimarca, Stato dell’Ue e membro della Nato, ma con queste votazioni tutto potrebbe cambiare. Nel “Nuovo Artico” va in scena il nuovo grande gioco tra superpotenze e qualunque cambiamento potrebbe pesare notevolmente. Figurarsi la secessione. La Groenlandia è uno scrigno di materie prime e preziose che fanno gola a tutti: rubini, smeraldi, diamanti, oro, uranio, zinco ma soprattutto gas e petrolio. Qualcuno potrebbe obiettare che parliamo di una terra tutto sommato povera, con il 90% del Pil ancora basato sulla pesca. Invece no, sono proprio le risorse ancora non sfruttate ad essere fondamentali in questa nuova disfida mondiale.
A contendersi questo tesoro sono adesso Russia, Usa e Cina. Ma è in particolare quest’ultima ad aver fatto passi da gigante nello sfruttamento dell’isola, sulla falsa riga di quanto sta avvenendo in Africa col neocolonialismo dal sapor di mandarino. Pechino ha annunciato recentemente lo sviluppo di una nuova Via della Seta tra i ghiacci e in Groenlandia ha già investito 20 miliardi di euro, ha aperto miniere e costruito tre aeroporti e una base scientifica. Se pensiamo che la Danimarca investe appena 500 milioni di euro all’anno per l’isola, le cifre messe sul piatto da Pechino sono indicative del potere che ormai ha assunto a queste latitudini. Una conquista silenziosa eppure tremendamente efficace, in pieno stile cinese, che sta facendo le scarpe anche agli Stati Uniti.
Eppure Washington con tutta evidenza difficilmente starà a guardare, subendo in silenzio la progressiva avanzata della Cina, vuoi per il tesoro che si nasconde tra i ghiacci, vuoi perché da sempre considera la Groenlandia un fondamentale avamposto militare. Da queste parti è infatti installato un sistema radar per la difesa antimissile in grado di proteggere gli Stati Uniti dai tempi della guerra fredda e sempre da qui gli americani hanno gestito varie operazioni militari (la stessa cattura di Saddam Hussein). L’esito delle votazioni di oggi quindi è quanto di meno ininfluente si possa immaginare. Anzi, è forse l’inizio di una battaglia che potrebbe tracciare nuovi orizzonti geopolitici. Se cade la barriera danese, altro che lotta per il Trono di Spade.
Eugenio Palazzini

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