Roma, 22 mar – Sta per nascere l’esercito europeo, ma sarebbe meglio dire il girino di quello che dovrà trasformarsi in esercito comune vero e proprio. Ieri a Bruxelles i ministri degli Esteri e della Difesa dei 27 Stati membri Ue hanno infatti dato il via libera al piano Strategic Compass, evocativa Bussola Strategica, volto a definire le spese militari dell’Unione e a lavorare per mettere in piedi un esercito comune ufficialmente con scopi di peace-keeping.

Pace o guerra?

Dunque parliamo di operazioni di “mantenimento della pace”, anche non strettamente militari, attuate da forze armate costituite da contingenti messi a disposizione di determinati Stati membri, in questo caso dell’Unione europea. Il concetto stesso di peace-keeping è per certi aspetti controverso, ampiamente discusso in ambito di diritto internazionale e da non confondere con quello di peace-enforcement, letteralmente “imposizione della pace”, allorché il mandato viene esteso all’uso della forza. Sottigliezze, si dirà, eppure sostanziali per comprendere la portata di una simile iniziativa.
Senza però soffermarci troppo sulle distinzioni concettuali, spesso ignorate in via emergenziale, vediamo cosa prevede questa Bussola Strategica.

Dalla “crisi dei migranti” alla guerra in Ucraina

Su questo giornale ne avevamo parlato già lo scorso novembre, quando la bozza del documento venne presentata al collegio dei commissari europei da Josep Borrell, Alto rappresentante per la politica estera e di difesa Ue. “L’Europa è in pericolo e i cittadini europei probabilmente non sono sufficientemente al corrente delle minacce che affrontiamo”, disse allora Borrell. Per questo “è nostra responsabilità identificare le nuove sfide e minacce e provvedere ad una nostra risposta con l’obiettivo di agire insieme con altri se possibile, ma anche da soli se necessario”. Anche perché “stiamo vivendo in un mondo più ostile, con i nostri spazi economici e strategici sempre più contestati, e il nostro spazio politico sempre più degradato”. Appunti condivisibili di per sé, anche se a novembre a turbare il sonno in quel di Bruxelles era più che altro la “crisi dei migranti” al confine tra Bielorussia e Polonia, non certo la guerra in Ucraina.

Bussola Strategica, per un esercito europeo in fieri

Tuttavia di esercito europeo si parla da decenni, con la sua effettiva costituzione rimasta incollata al libro dei sogni. Alcune versioni embrionali sono state create sin dal 1992, ad esempio forze di difesa congiunta come l’Eurocorps. Nessuna di queste poteva può dirsi propriamente indipendente, considerato che agiscono sotto il comando e il controllo della Nato. Adesso sulla carta potremmo essere arrivati a un punto di svolta, con un piano d’azione per rafforzare la politica di sicurezza e difesa Ue entro il 2030 approvato dal Consiglio dell’Unione Europea. “L’ambiente di sicurezza è più ostile – nota il Consiglio – e ci  richiede di fare un salto di qualità e di aumentare la nostra capacità e la volontà di agire, di rafforzare la nostra resilienza e di investire di più e meglio nelle nostre capacità di difesa”. Questo non significa che l’Europa diventerà, nell’immediato, autonoma dalla Nato. Anzi, lo stesso Borrell ha precisato che le attività dell’esercito in fieri verranno coordinate sotto ogni profilo e in modo complementare a quelle dell’Alleanza atlantica.

L’Ue prevede una spesa militare pari al 5% del Pil, per un esercito che dovrebbe inizialmente essere composto da 5mila militari e 200 esperti di missione. Si tratterà di una forza multidominio e interforze (quindi di terra, aria, mare, cyber e spazio), strutturata attorno a quattro pilastri: agire, investire, collaborare e proteggere. L’Italia, in questa primissima fase, ha un ruolo chiave perché fino al giugno 2022 guiderà l’attuale Battle group europeo. Una guida che però è a rotazione e quindi non perpetua. Per questo c’è da capire come si muoverà il governo Draghi in questi (pochi) mesi.

Le criticità

Il primo grosso problema che emerge è relativo alla scarsità di risorse impiegate. Per fare un esempio pratico: la sola Polonia, per difendere il proprio confine, impiega più 15mila militari. Tre volte quelli contemplati dall’Ue per una forza multidominio. Fuori dalla contingenza: l’esercito italiano è composto da oltre 95mila unità, quello di terra francese da 112mila. Ora, per quanto l’esercito europeo in costruzione possa avere obiettivi mirati, pensare che possa basarsi su appena 5mila uomini è piuttosto curioso anche alla luce dei conflitti in atto. Bene, insomma, avere sulla carta una “bussola strategica” da slegare in futuro ai dai diktat d’oltreoceano, ma è necessario farla funzionare davvero.

C’è poi un’altra criticità che salta agli occhi ed è relativa alle tempistiche, forse inevitabili, nondimeno castranti in questa prima fase. Stando alla Bussola Strategica l’esercito europeo rischia infatti di non essere approntato realmente prima del 2030, con esercitazioni congiunte previste soltanto a partire dal 2023, con l’obiettivo di rendere operativo l’Eu Rapid Deployment Capacity nel 2025. Nel frattempo scoppiano guerre, restiamo dipendenti e vediamo tremare i confini d’Europa.

Eugenio Palazzini

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