Copenaghen, 30 mag – Venticinque ore di lezioni alla settimana dove, tra le altre cose, si insegna cosa siano il Natale e la Pasqua. Tutto questo nella tollerante Danimarca, definita dall’Economist in una recente classifica uno dei Paesi dove l’accoglienza degli immigrati è migliore rispetto alla media europea. E poi corsi sui valori fondamentali della società occidentale, sulla democrazia, sull’uguaglianza, sulle tradizioni danesi. 
Tutto questo per favorire l’integrazione degli immigrati nei ghetti, laddove ghetto non va scritto tra virgolette, dato che è lo stesso governo della Danimarca a usarlo regolarmente per definire i quartieri dove la concentrazione di immigrati, musulmani in particolare, è maggiore. Si stima che in questi quartieri la percentuale di immigrati non occidentali si assesti attorno al 66,5%. E dato che l’integrazione si deve favorire fin da piccoli, i bambini dovranno cominciare a seguire i suddetti corsi a partire dall’età di un anno, e le lezioni sulle tradizioni cristiane saranno obbligatori a prescindere dalla fede della famiglia del bambino. Se le famiglie si rifiuteranno di far frequentare i corsi ai loro figli scatterà la revoca degli assegni familiari.
Che la Danimarca si sia accorta che l’immigrazione sta diventando un problema e che nei ghetti la situazione sta diventando ingestibile, lo dimostra anche la dichiarazione del ministro danese per l’Integrazione Inger Stojberg, che solo una settimana fa aveva detto che il ramadan rappresenta un “pericolo per la sicurezza”. Di qui la possibilità per i lavoratori musulmani di prendersi un permesso di lavoro per “evitare conseguenze negative per il resto della società danese”. Non solo: il governo danese ha recentemente deciso di confiscare agli immigrati che arrivano nel Paese oro, preziosi e valori ad eccezione dei beni personali come le fedi nuziali, come pegno di garanzia in cambio dell’accoglienza e dei generosi benefici del welfare state locale.
Anna Pedri

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