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Roma, 27 gen – Impeachment, da settimane parola chiave negli Usa. Tormentone per tutti, accusatori e imputato, analisti e sostenitori dell’una e dell’altra parte. Non ci fosse il Covid non si parlerebbe (quasi) d’altro. E’ un po’ come la crisi di governo in Italia, non affascina nessuno ma tutti sono costretti a sorbirsela, commentarla e attendere la conclusione di un estenuante intrigo di potere. Dunque non resta che chiedersi, come finirà? Fino a pochi giorni fa buona parte dei media americani puntavano tutto sulla condanna di Donald Trump. Ora però qualcosa è cambiato, o per meglio dire qualcuno si è accorto che in questo caso non esiste una giuria popolare, contano invece più prosaicamente gli asettici e inconfutabili numeri.

Impeachment di Trump, i numeri non mentono

E i numeri ci dicono che per i dem c’è un grosso guaio a Washington, perché in Senato con tutta probabilità non arriveranno al fatidico 67. Ovvero il magic number di senatori necessari per far passare l’impeachment dell’ex presidente degli Stati Uniti. Joe Biden se n’è accorto ieri e alla vigilia del giuramento dei nuovi eletti nella Camera alta del Congresso gli accusatori potevano contare soltanto su 60 voti potenziali. Una volta iniziata la seduta il numero è mestamente sceso a 55, ergo dodici meno della soglia per condannare Trump. L’apertura ufficiale della procedura sarà tra due settimane, il 9 febbraio, ma il segnale che arriva dal Senato è piuttosto chiaro: anche questa volta il tycoon se la caverà fischiettando. Tanto per intendersi meglio, in quello che dal senatore John Boozman è stato definito “un test politico”, ben 45 repubblicani su 50 hanno votato a favore dell’incostituzionalità del processo contro Trump.

Trump attende fiducioso

“Una buona indicazione di come finirà”, ha fatto presente Mike Rounds, senatore repubblicano del South Dakota. Ma il dato forse più rilevante è che tra quei 45 voti c’era pure quello di Mitch McConnell, leader dei repubblicani in Senato e in quanto tale – come scritto ieri su questo giornale – decisivo ago della bilancia. Era proprio lui ad aver fatto intendere, in privato, di gradire l’impeachment. E quindi il Partito Democratico contava sulla sua influenza nei confronti degli altri repubblicani.

Eppure adesso sembra proprio aver cambiato idea e se l’impeachment dovesse fallire, come probabile, i dem subirebbero la prima significativa batosta post elezione di Joe Biden. Certo, potrebbero pure valutare di portare di nuovo Trump a processo, ma questo si tradurrebbe nel blocco del Congresso per altre lunghe settimane. Un’opzione tutto tranne che saggia. E che farebbe unicamente gongolare l’arcinemico del pueblo progressista, ormai dedito alla siesta caraibica in Florida.

Eugenio Palazzini

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