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Seconda puntata della nostra inchiesta sulla nuova “Guerra Fredda” fra Stati Uniti e Russia. La prima puntata:

Sangue di Enea Ritter

Roma, 24 giu – Il Cremlino negli ultimi anni parla di accerchiamento da parte della Nato, di guerra economica (e non solo per le sanzioni) ed il tutto viene percepito come un tentativo di strangolare la Russia o, peggio, come dei prodromi per un nuovo attacco armato verso la madrepatria. Quanto c’è di vero in questa visione e soprattutto perché la Russia si sente minacciata? La Russia è davvero vittima di un complotto internazionale?

Black Brain

Abbiamo già visto che il tutto può essere ricondotto al momento in cui gli Stati Uniti decidono di piazzare il sistema ABM in Europa e di rimando la Russia denuncia il trattato INF e CFE, quindi, sebbene motivati dall’azione americana, de facto i tempi della “corsa al riarmo” europea sono stati dettati da Mosca dato che, come abbiamo avuto modo di dire, le forze convenzionali della Nato ed americane sono comunque andate diminuendo sino all’anno in corso, il primo in cui ci sarà un’inversione di tendenza, e soprattutto non sono previsti rischieramenti di nuovi missili di tipo SRBM in Europa (anche perché a parte il sistema ATACMS la cui vita operativa è in corso di prolungamento ed in dotazione a Grecia e Turchia non se ne prevedono altri) cosa che invece ha fatto la Russia col sistema Iskander M nell’enclave russa di Kaliningrad nella primavera del 2015. A corollario di questa mossa non del tutto imprevista si è avuto il dispiegamento dei moderni ICBM mobili tipo RS-24 Yars negli oblast occidentali, mossa che ricorda vagamente quella effettuata dall’Unione Sovietica nel 1983 con il dispiegamento degli IRBM SS-20 “Saber” che portò alla “crisi degli euromissili” ed il conseguente bando dei sistemi a raggio intermedio nel 1987 (trattato INF). Per capire come si sia arrivati a questo punto occorre però andare a fondo e non limitarsi alle azioni (e reazioni) russe, considerando quella che è la storia e soprattutto la geografia della Russia che spiega il perché di questa rinnovata corsa agli armamenti, con tutte le problematiche economiche del caso, voluta dal Cremlino.

La Russia ha una estensione geografica continentale che va dall’Europa all’Oceano Pacifico. Per capire meglio di cosa si stia parlando basta ricordare che il Paese comprende ben 13 fusi orari mentre gli Stati Uniti, Alaska compreso, solo 5. Nonostante questa enorme grandezza il cuore della Russia, ovvero la porzione che rappresenta il motore economico, industriale, culturale e politico del Paese, è rappresentato dal Bassopiano Sarmatico, ovvero quella porzione di territorio compresa tra i confini occidentali e gli Urali. Regione geografica che, ad ovest, non ha alcun tipo di barriera naturale (come possono essere le Alpi per l’Italia a nord) e che quindi, per la stessa morfologia territoriale, è da sempre stata esposta ad invasioni che storicamente sono ciclicamente avvenute: oltre a quella tedesca nella Seconda Guerra Mondiale di cui ricorre l’anniversario in questi giorni, si ricorda la Campagna di Russia di Napoleone ma anche le invasioni della Svezia nel XVIII secolo oppure, più indietro, le Crociate del Nord contro gli slavi ortodossi e pagani capeggiati da Aleksandr Nevskij ad opera dei Cavalieri Teutonici nel XIII secolo. L’unica soluzione per i russi di difendere il cuore della propria nazione è sempre stata quella di espandere i propri confini verso occidente in modo da avere degli “stati cuscinetto” e quindi maggior territorio dove opporre resistenza contro una possibile invasione. Questo pensiero era ben delineato già nelle mente di Caterina II la Grande ma solo con l’Unione Sovietica e la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, e la conseguente nascita del Patto di Varsavia, poté essere messo in opera: la Cortina di Ferro voluta da Stalin che da Stettino scendeva sino a Trieste provvedeva a fornire quella protezione e sicurezza che la Russia aveva sempre cercato contro possibili invasioni da ovest. Se quindi il liberarsi dal giogo sovietico dei Paesi dell’Est Europa con il crollo del comunismo ed il loro gravitare nell’orbita europea occidentale veniva giocoforza accettato anche a causa della debolezza intrinseca della Russia degli anni ’90, il loro entrare in quella americana con l’ingresso nella Nato, considerata sempre potenzialmente ostile nonostante i vari accordi sottoscritti che da Mosca sono stati sempre visti come una sorta di “limitare i danni” (1997 Nato-Russia Permanent Joint Council e Nato Russia Council nel 2002), viene quindi mal tollerato e percepito come un tentativo di spostare quei confini di sicurezza molto più a oriente rispetto a quanto preventivato e, secondo loro, ratificato.
La Russia quindi si sente accerchiata dal nemico di sempre sebbene a conti fatti i numeri di questo accerchiamento non siano che simbolici: il dispositivo Nato ERI è poco più di una piccola assicurazione per le nazioni che confinano con l’orso russo. La percezione di questa minaccia però non va sottovalutata: Mosca crede che in qualche modo la Nato le stia muovendo guerra non solo dal punto di vista militare, ma soprattutto economico. Le sanzioni economiche, il ribasso del prezzo degli idrocarburi hanno praticamente azzerato gli investimenti stranieri innescando una crisi valutaria senza precedenti che ha portato ad un aumento della disoccupazione e ad una riduzione del reddito pro-capite. Questa congiuntura si è sentita anche sulla Difesa che, nonostante i proclami di Putin per un rilancio delle FFAA (in primis la Marina Militare e l’Aeronautica) ha visto il suo bilancio scendere dai 52 miliardi del 2015 sino ai 48,5 dell’anno scorso, come abbiamo già avuto modo di analizzare recentemente. Dispositivi Nato di difesa come la ERI o il VJTF sono quindi visti dal Cremlino come avanguardie di un intervento occidentale non necessariamente militare in teatri limitati (Ucraina e Bielorussia ad es.) con Mosca indebolita dalle congiunture economiche manovrate ad arte. La Russia quindi ha mutato il proprio dispositivo militare nel corso degli ultimi anni in modo da dare una risposta adeguata ad uno scenario che prevede un intervento dell’Alleanza indiretto: l’ordine di battaglia delle forze russe nel teatro baltico e dell’Europa centrale suggeriscono infatti che Mosca non si aspetti un confronto a tutto campo ma una serie di scenari regionali limitati, anche di guerra ibrida.

Qual è quindi questo ordine di battaglia? La Russia schiera circa 300mila uomini nel Distretto Occidentale (a fronte dei 100/120mila Usa-Nato) cercando di tenerli in prontezza operativa in modo da difendere il cuore pulsante della madrepatria considerando che, come dicevamo, tutto quello che c’è da difendere in Russia è sito “al di qua” degli Urali (petrolio caucasico a parte). Le forze considerate bersaglio di alto livello (divisioni corazzate, bombardieri strategici, sottomarini nucleari) sono però nel contempo mantenuti a distanza dalla possibile linea del fronte, o almeno questo vale per le più grandi divisioni corazzate e per i bombardieri, avvalorando quindi l’ipotesi che Mosca pensi più ad un conflitto limitato e regionale piuttosto che ad un’escalation su grande scala (invasione), e permettendole comunque di poter disporre di forze di pronto impiego per operare “colpi di mano” nei distretti più prossimi e di interesse, come la Crimea. Le forze corazzate, un tempo fiore all’occhiello dell’Armata Rossa, ora ammontano a circa qualche migliaio di carri con il grosso composto da circa 1700 T-72 (la maggior parte dei quali portati allo standard B3) oltre a 400  T-80 e 500 T-90. Presto saranno disponibili le prime brigate composte dai nuovissimi (e modernissimi) MBT T-14 “Armata” la cui produzione a regime è prevista entro la fine di quest’anno. La copertura aerea di questa, ancora imponente, forza terrestre è data dalla 6° Vozdushnaya Armiya che dispone di circa di 427 aeromobili sparsi su 16 basi principali ed un innumerevole numero di basi di decentramento. In questo momento la linea di volo comprende 187 caccia (dai vetusti MIG-31 sino ai Su-27/30/35 e Mig-29), 92 aerei da appoggio tattico (Su-24. Su-25 e Su-34) e oltre 140 elicotteri più una trentina di aerei da trasporto. La componente terrestre è suddivisa in 3 armate (6°, 1° e 20°), una in prima linea (la 6° sul fronte Estone/Finlandese con il grosso delle forze acquartierato nell’oblast di Pskov ), una a difesa di Mosca (la 1°) e la 20° in posizione ancora più arretrata ad assumere ruolo di riserva strategica. Tutte comprendono  alcuni reggimenti da difesa aerea dotati dei sistemi S-300/400. Voce a parte è rappresentata dalla componente marittima. Questa si articola su due flotte: quella del Nord e quella del Baltico. La Flotta del Nord, la più importante della Russia (ha sede tra Murmansk/Poljarnyj) comprende i gruppi navali della portaerei Kuznetsov e degli incrociatori Pyotr Velikiy (classe Kirov) e Marshal Ustinov (classe Slava) insieme alla flotta di sottomarini strategici (circa 30 unità). La Flotta del Baltico ha dimensioni più contenute ma non è meno importante essendo depositaria della difesa dell’enclave di Kaliningrad: si compone di 2 DDG classe Sovremennyy, 2 fregate classe Neustrashimy, 4 corvette e 2/3 sommergibili oltre a 2 LST (classe Ropucha) e 2 hovercraft da assalto anfibio (classe Zubr).

Le forze che ora si contrappongono in Europa quindi comunicano molto di più di quanto possa sembrare ad un occhio inesperto. Da un lato gli Usa e la Nato vedono la Russia come una minaccia non esistenziale ma comunque da contenere in modo seppur limitato rispetto ad altri teatri (ad esempio quello estremo orientale) e l’ERI è uno strumento sia per rassicurare gli alleati orientali (Paesi Baltici e Polonia in primis), sia per scoraggiare Mosca da eventuali “colpi di mano” sul modello Donbass. Dall’altro la Russia si sente minacciata da questa presenza che, sebbene a conti fatti non ingombrante, risulta essere un tassello in più, oltre a quelli economici, nel mosaico della presunta “guerra” che la Nato le sta muovendo contro. Pertanto riteniamo, come abbiamo sempre sostenuto, che la presenza statunitense e della Nato così a ridosso delle frontiere russe sia sbagliata e che per contenere l’orso russo basterebbe ritornare allo status quo ante crisi ucraina , magari con una presenza più soft garantita non già dal dispiegamento dei uomini e mezzi provenienti da Germania, Italia e Uk, ma fornendo solo un supporto di tipo logistico ai membri dell’Alleanza più orientali. Sicuramente Mosca vedrebbe con occhio diverso a cosa succede immediatamente al di là dei propri confini qualora si tornasse ad una situazione pre 2007  (e magari riportarla addirittura al 1997), ma ci rendiamo conto che è una  possibilità ben lontana dal realizzarsi stante l’attuale situazione internazionale.

Paolo Mauri

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