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Roma, 25 giu – La settimana appena trascorsa è stata decisiva per le popolari venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca). Analizziamo, dunque, quanto è accaduto negli ultimi giorni.

Sangue di Enea Ritter

Mercoledì scorso il consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo ha deciso di dare la propria disponibilità all’acquisto dei due istituti di credito. Secondo il comunicato stampa “La disponibilità di Intesa Sanpaolo riguarda l’acquisizione di un perimetro segregato che esclude i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili e esposizioni scadute), i crediti in bonis ad alto rischio e le obbligazioni subordinate emesse, nonché partecipazioni e altri rapporti giuridici considerati non funzionali”. L’acquisizione che avviene al prezzo simbolico di un euro, serve solo a garantire la continuità aziendale, ma si limita all’attività commerciale delle popolari venete e alla loro rete. I crediti deteriorati che corrispondono a circa dieci miliardi di euro dovranno essere ricapitalizzati dallo stato e dai detentori di bond subordinati. Di fatto ai privati va la good bank mentre la bad bank finisce sotto il controllo pubblico: ecco il classico esempio di come si socializzano le perdite per privatizzare i profitti. Chi pensa che questa sia un’eccezione si sbaglia di grosso. Circa un mese fa, infatti, è avvenuta la cessione a Ubi Banca delle tre good bank nate dal fallimento alla fine del 2015 di Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti, e sempre al costo di un euro. Anche in quel caso il fallimento delle quattro popolari è stato scaricato completamente sulle spalle degli italiani. Per non parlare poi del disastro del Monte dei Paschi di Siena.

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Il copione è sempre lo stesso: la banca sbaglia e i contribuenti pagano. Eppure con l’introduzione del bail-in le cose sarebbero dovute andare diversamente. Con questa disposizione, in caso di fallimento di una banca sono chiamati a rimborsare i creditori: gli azionisti, gli obbligazionisti, e i correntisti oltre la soglia dei 100.000 euro. I presupposti erano buoni: il denaro pubblico non sarebbe più stato sperperato per porre rimedio agli errori dei banchieri. In più anche gli investitori avrebbero fatto scelte più oculate alla luce dell’assunzione di nuovi rischi. Insomma una perfetta allocazione di risorse secondo la logica del libero mercato.

Le cose, però, non sono andate come sperava il legislatore europeo. La direttiva sul bail-in è riuscita a far danni prima e dopo la sua entrata in vigore. Vediamo perché. Intanto sul fronte del risparmio, stando ai dati riportati a gennaio da Il Sole 24 Ore, il salvataggio dei sette istituti di credito è costato agli italiani ben ventiquattro miliardi di euro. Parliamo del Monte dei Paschi di Siena, delle due ex popolari venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti  CariFerrara. Le perdite degli azionisti di queste banche equivalgono all’1,5% del Prodotto interno lordo italiano. Praticamente, una maxi manovra finanziaria andata in fumo. Il danno peggiore ha riguardato l’intera collettività. Per tenere in piedi il sistema bancario italiano come ricorda La Stampa, finora sono stati necessari oltre 31 miliardi di euro. Una somma di denaro enorme equivalente a due punti di Pil che, a causa di un modello di governo bancario palesemente inadeguato, ha saccheggiato l’economia reale, depauperandola in favore di quella finanziaria.

Salvatore Recupero

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