In queste ore il mondo intero sta attendendo quello che molti hanno già definito il dibattito, per non dire duello, televisivo dell’anno. I contendenti alla Casa Bianca, la Dem. Hilary Clinton ed il Rep. Donald Trump si incontreranno questa notte (3 ore italiana) per conquistare l’ultima fetta di consenso rimasto da prendere dopo aver sbaragliato chi più chi meno agilmente la concorrenza interna ai loro partiti. Un incontro paragonabile al dibattito televisivo tra il “super cattivo” Nixon e il forse troppo buono Kennedy in cui il giovane democratico prevalse sull’attempato fruitore dello studio ovale. Ma se è vero che gli occhi del mondo occidentale sono puntati su quell‘arena mediatica e pur vero che una partita analoga, meno scintillante forse, si sta giocando agli antipodi dell’universo Usa. Una nazione in cui nessun presidente americano ha mai più messo piede dal 31 dicembre del 1977 quando Jimmy Carter strinse per l’ultima volta la mano allo Shah di Persia Mohammad Reza Pahlavi deposto ed auto esiliatosi poco più di un anno dopo dalla rivoluzione dell Āyatollāh al-ʿUẓma Ruhollah Khomeyni che trasformerà l’Iran in una Repubblica.
Se dei contendenti Usa sappiamo tutto e forse troppo, della contesa iraniana per la guida politica della nazione si sa ben poco. Sono scarse le notizie che filtrano i media occidentali riguardo alle dinamiche politiche dell’Iran, si sa infatti che la cosiddetta svolta moderata rappresentata dall’attuale presidente Rohani ha, da una parte portato all’apertura di un seppur flebile canale di dialogo con gli Stati Uniti ma, dall’altra, ha suscitato molte polemiche nel paese che continua a non vedere i benefici dell’accordo né in termini di sviluppo economico né in termini di alleggerimento della pressione militare e geopolitica. Basti citare, a conferma dell’immutato atteggiamento aggressivo nei confronti dell’Iran, che tutti i neo nominati ambasciatori di Francia, Inghilterra e Germania provengono, senza eccezione, dalle file dell’intelligence, cosa che ha provocato agitazione nella opinione pubblica iraniana insieme al fatto che il loro insediamento nel paese sia stato accettato dalle autorità iraniane apparentemente senza problemi.
Il “duro”
Per strappare a Rohani lo scranno più alto del parlamento iraniano si era proposto l’ex presidente della repubblica Mahmud Ahmadinezhād forte del consenso dei “conservatori” e portavoce della linea della fermezza nei rapporti con l’Occidente, amico di Putin e del defunto Chavez, finito spesso nel mirino dei media occidentali che ne hanno sottolineato quasi sempre le dichiarazioni più bellicose, sopratutto verso Israele. Tuttavia sembra che la proposta di candidatura abbia incontrato una inaspettato ma insormontabile ostacolo, infatti, l‘hujjatulislam Hamid Rasai (ex parlamentare e direttore del settimanale 9dey) e diverse personalità vicine alla Guida Suprema hanno riferito che Ahmadinejad, in un recente incontro con l’Imam Khamenei ha chiesto il consiglio del Wali Faqih ( Il consesso dei giuristi islamici a tutela dei principi rivoluzionari e della legge islamica) sulla sua possibile candidatura alle prossime elezioni presidenziali e abbia ricevuto dall’imam Khamenei stesso il fermo consiglio di rinunciare alla candidatura perché, a quanto emerge, non conforme agli interessi della nazione ed addirittura abbia invitato il politico ad annunciare pubblicamente la sua non partecipazione, in più, la Guida della Rivoluzione Islamica avrebbe inoltre sconsigliato ad Ahmadinejad di proseguire i suoi viaggi nelle diverse città e regioni perché darebbero campo alle voci che parlano della sua candidatura. Una battuta d’arresto quindi e la probabilissima se non certa dipartita di Ahmadinejad dal campo dei contendenti alla presidenza che lascia ancora una volta vuota la casella del candidato conservatore in Iran dato che anche le voci che erano circolate qualche settimana fa sulla possibile candidatura di un uomo delle forze armate sono state smentite di netto dal principale “indiziato”.
L’ Eroe

Alberto Palladino