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Roma, 8 lug – Iraq, attacco contro l’ambasciata americana. Da quando il 3 gennaio del 2020 il generale iraniano della forza Quds, Qassem Soleimani, è stato assassinato a Baghdad da un drone americano, la strategia dell’Asse di Resistenza – comprendente tutta quella galassia di forze militari e politiche legate direttamente o indirettamente a Teheran – è cambiata profondamente. Infatti, a partire da quel fatidico giorno si è registrato in Iraq un forte aumento degli attacchi diretti contro le forze statunitensi, gli stessi sarebbero volti a rendere costosa e non confortevole la presenza dei militari americani. Un’inversa “strategia della tensione”, quindi, utilizzata dagli iracheni per cacciare le truppe Nato dal loro territorio.



Iraq, attacco all’ambasciata americana

L’ultimo atto di questa strategia potrebbe essere quello avvenuto in data odierna alle 2 di notte ai danni della base di al-Tawhid, presso l’ambasciata americana di Baghdad. L’attacco non è ancora stato rivendicato, tuttavia potrebbe vedere i propri artefici nel Kataib Sayyid al-Shuhada, i quali avevano annunciato una rappresaglia per i recenti attacchi americani.

L’attacco non ha causato morti o feriti. Almeno due missili sono stati intercettati dal sistema di difesa C-RAM americano, un terzo si sarebbe inoltre abbattuto nei pressi della “Zona Verde”, ovvero quell’area internazionale che ospita diverse ambasciate, tra cui quella americana. Ad ora non sono stati ancora quantificati i danni materiali alla base.

I recenti attacchi alle forze americane

Questo episodio non è isolato, infatti nell’ultimo periodo gli attacchi contro le forze statunitensi si sono intensificati. In data odierna un convoglio è stato colpito da un esplosivo artigianale vicino Nassiriyah. Il 6 luglio un drone carico di esplosivi era stato abbattuto sempre sopra l’ambasciata statunitense a Baghdad, senza morti o feriti.

Motivo di questa tendenza potrebbero essere i recenti attacchi americani alle forze dell’Asse di Resistenza avvenuti tra la Siria e l’Iraq. Bombardamenti che, a loro volta, sarebbero una risposta ad altri attacchi di quelle stesse milizie, e così via. Questo ci dimostra senz’altro come la presenza americana in Iraq sia sgradita, all’Iran come a molti iracheni che, quotidianamente, decidono di contrastare una forza percepita come occupante.

Giacomo Morini



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