Roma, 17 ott – In tempi in cui l’umanità è stretta nella morsa di pandemie, virus e cancri, dal martoriato Iraq arriva la risposta governativa a una delle domande che da anni affliggono la popolazione mondiale. Respirare le emissioni di gas tossici, in questo caso derivanti dal petrolio, può generare tumori? Il ministro dell’Ambiente iracheno Jassem al-Falahi lo ha ammesso: il gas flaring, l’inquinamento causato dalla produzione di petrolio è la ragione principale dell’aumento dei tassi di cancro nella popolazione locale. La dichiarazione del ministro iracheno è arrivata ​​dopo che un’indagine della BBC araba ha rivelato che le comunità che vivono nei pressi dei giacimenti petroliferi vicino a Bassora sono ad alto rischio di leucemia.

La pericolosità dei gas flaring

Il gas flaring, combustione del gas rilasciato durante le trivellazioni petrolifere, produce inquinanti legati al cancro come il benzene. I gas infiammati del petrolio sono pericolosi in quanto emettono un potente mix di anidride carbonica, metano e fuliggine nera, in una vera e propria bomba inquinante. Nonostante un ordine riservato emesso dal primo ministro iracheno che vieta ai suoi dipendenti di parlare dei danni alla salute causati dall’inquinamento, forse a causa del peso della coscienza il ministro dell’Ambiente ha avuto il coraggio di dire la verità. Il ministro del Petrolio, Ihsan Abdul-Jabbar Ismail, invece, solo pochi giorni fa negava ogni collegamento tra i tassi di cancro e l’inquinamento atmosferico causato dal petrolio. Il suo ministero aveva impedito di effettuare controlli di monitoraggio dell’inquinamento nel più grande giacimento petrolifero al mondo, Rumaila, di proprietà del governo iracheno.

Verso una soluzione governativa del problema?

I risultati dei test effettuati dagli scienziati commissionati dalla Bbc, hanno dunque indicato nei residenti di Bassora alti livelli di esposizione a sostanze chimiche cancerogene a causa del gas flaring. Ora, il ministro dell’Ambiente Al-Falahi, sostiene che d’ora in poi vi sarà una maggiore cooperazione tra i due ministeri coinvolti (petrolio-ambiente). “I dipartimenti lavoreranno insieme – ha annunciato Al-Falahi – per emettere multe o avviare azioni legali contro qualsiasi azienda, locale o internazionale, se avesse causato danni ambientali”. Attualmente, però, nonostante le molteplici richieste fatte alle compagnie petrolifere (BP, Eni, etc.), nessuna delle famiglie intervistate dalla BBC Arabic ha ricevuto un risarcimento per i problemi di salute subiti. Ancora una volta dalla fine dell‘inutile occupazione americana in Iraq, purtroppo abbiamo davanti agli occhi l’ennesima situazione in cui il profitto è prioritario rispetto ai diritti umani e, ancora una volta, a farne le spese è il popolo ignaro.

Andrea Bonazza

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