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Roma, 26 gen – Questo gennaio 2021 ha visto diverse aree del mondo precipitare in crisi politiche, sociali e militari. È il caso del Medio Oriente, dove nella distrazione dei media si assiste a un incremento esponenziale delle attività dell’Isis. Se poi Siria e Iraq sono le vittime privilegiate dell’organizzazione terroristica, notizie inquietanti giungono anche dal Sinai, dall’Afghanistan e dalla Nigeria. Un Vicino Oriente (ma non solo) in fermento, quindi, dove la ritrovata vigorosità del sedicente “califfato” fa in verità da sfondo a una serie incredibilmente densa di episodi che vanno dalla riapertura del fronte contro altre forze nel nord e nel sud della Siria, al bombardamento turco dei territori curdi.
Ma come ha colpito l’Isis, in questa prima settimana del presidente Joe Biden?

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Gli attacchi dell’Isis in Iraq

Il fatto più grave sarebbe il doppio attentato suicida avvenuto nel cuore di Baghdad il 21 gennaio, il quale ha causato la morte di 35 persone e il ferimento di altre 80. L’attacco terroristico vede coinvolti due iracheni legati all’Isis precedentemente coinvolti nella guerra in Siria Una strage consumata ai danni dei cittadini di una nazione che non conosce pace da decenni, e che ancora oggi, nonostante tutto, vive nel terrore.
Non sarebbe tuttavia l’unica violenza commessa dal gruppo terroristico.

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Lo Stato Islamico, da quando è stato sconfitto, si è dato alla guerriglia. Così, in questo 2021 si registrerebbero già diverse esplosioni di IED contro mezzi militari, tutte rivendicate dall’organizzazione. Oltre a questo, avrebbe poi sabotato le linee elettriche vicino a Mosul, con i relativi disagi provocati alla già provata popolazione civile.
A trarre le conseguenze di questa ritrovata vigorosità, oltre ai civili, sarebbero i militari sciiti delle Forze di Mobilitazione Popolare, i quali il 25 gennaio hanno dato l’estremo saluto a 11 fratelli morti il giorno prima negli scontri con l’Isis. Sparatorie tra estremisti e forze militari – sia sciite che non – si sarebbero infatti intensificati proprio in questi giorni, mettendo in evidenza la carenza di copertura aerea da parte della coalizione internazionale.

Gli attacchi dell’Isis in Siria

La situazione non è poi migliore in Siria. Nella Repubblica araba sono infatti riprese le insurrezioni da parte di vari gruppi eversivi, sia appartenenti all’Esercito siriano libero (ESL), sia appartenenti all’Isis. È infatti noto che quest’ultimo non è mai stato completamente sradicato dal territorio, bensì si è rifugiato in aree poco accessibili alle forze militari di Damasco. È infatti proprio dal deserto siriano che sono riprese le operazioni dello Stato Islamico, con la creazione da parte di questo di nuove sacche di resistenza.

A poco sarebbe servito poi il pronto intervento dell’aeronautica siriana e di quella russa, che in questi giorni già fronteggiano l’ESL nel nord e nel sud del paese. Oltre ad Idlib, ultima città controllata dalle forze jihadiste, le ostilità sono riprese nel governatorato di Dar’a, vicino al confine con Israele e la Giordania. Queste forze, giusto ricordarlo, non fanno parte dell’Isis ma vedono la partecipazione di gruppi vicino ad Al-Qaeda, e hanno tutto il potenziale per mettere i bastoni tra le ruote alle operazioni anti-Isis.

Come si evolverà la situazione è ancora poco prevedibile, se è certo che l’Isis può aver  semplicemente sfruttato l’incertezza dovuta al cambio della presidenza statunitense, è anche vero che Biden promette fuoco e fiamme contro la Russia e le Nazioni a lei vicina. Se con Trump, quindi, le forze dello Stato Islamico si trovavano di fronte una relativa pace delle potenze, con Biden è probabile che ritroveranno quell’ambiente conflittuale e caotico dove da sempre l’estremismo wahabita (e non solo) prolifera. Da qui un loro ritorno a gamba tesa sulla scena.

Giacomo Morini

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2 Commenti

  1. Ottima sintesi, una luce nella nebbia fatta scendere dall’indifferenza dei media nazionali, un po’ per convenienza politica, un po’ per scarso ritorno d’interesse, un po’ per atavico disinteresse degli italiani e della stamapa nazionale di ciò che succede all’estero, anche alle porte di casa, vedi alcuni esempi quali la Libia o l’Egitto che al di là del caso Regeni che ha una portante umanitaria/umana, non vengono trattati in termini di interessi nazionali e geopolitici.
    Tornando alla sconvenienza polica, l’eventuale risonanza di ciò che accade nel cuore del terrorismo islamico, male si innesterebbe nei palinsesti giornalistici al momento pervasi da ondate di tolleranza e apertura nei confronti dell’immigrazione clandestina fuori controllo che, occorre sottolineare, neanche la pandemia ha saputo rallentare.
    Quindi una luce nella nebbia, complimenti.

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