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Roma, 25 gen – Israele ai tempi del lockdown ha un grosso problema con gli ebrei ultra-ortodossi che non accettano in nessuno modo di sottostare alle misure restrittive imposte dal governo di Tel Aviv. Così la scorsa notte le forze dell’ordine israeliane hanno dovuto affrontare migliaia di manifestanti inferociti ad Ashdod e Gerusalemme. La polizia ha cercato di chiudere alcune scuole religiose, rimaste aperte nonostante i divieti. Di qui la reazione scomposta. Ad Ashdod, città costiera, gli agenti si sono scontrati con decine di persone fuori da una scuola ortodossa. A Gerusalemme le forze dell’ordine sono ricorse ai gas lacrimogeni per cercare di disperdere centinaia di manifestanti. Il bilancio finale degli scontri, stando a quanto riportato dai media israeliani, è stato di cinque poliziotti feriti e quattro persone arrestate.

Israele, ultra-ortodossi incendiano un autobus

Ma una rivolta è scoppiata anche a Bnei Brak, città a est di Tel Aviv con una forte presenza ortodossa, dove un autista di un autobus è stato aggredito e fatto scendere con la forza dal suo mezzo che è stato poi dato alle fiamme da alcuni manifestanti. Non è stato però l’unico atto di vandalismo. Il Jerusalem Post menziona pure un semaforo sradicato e l’incendio di vari cassonetti della spazzatura, con strade bloccate per ore. Il sindaco di Bnei Brak, Avraham Rubinstein, e il vicesindaco Hanoch Zeibert, una volta giunti sul luogo della protesta sono stati attaccati da lanci di pietre, petardi e uova.

A guidare la rivolta, stando sempre a quanto riportato dai media israeliani, sarebbe stata la Jerusalem Faction. Si tratta di un gruppo estremista fondato nel 2012 e separatosi dalla comunità ultra-ortodossa, a causa di battibecchi interni in seguito alla morte del rabbino Yosef Shalom Elyashiv. Il vice ministro dell’Istruzione ha condannato le azioni della polizia, affermando che “il lancio di granate stordenti in una zona residenziale non è accettabile; nel settore arabo non sarebbe successo. Se questo è l’atteggiamento, sapremo come trarre conclusioni”.





Eugenio Palazzini

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