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Roma, 22 set – La strada per l’inferno è sempre lastricata di buone intenzioni. Lunga e tortuosa ma senza barriere si incunea la rotta dei Caronte più spietati, attraverso le selve oscure delle arterie africane. I trafficanti d’uomini sfruttano così quella che doveva essere un’opportunità di crescita e riscatto per il terzo mondo per antonomasia: la Cedeao. Fondata nel 1975 a Lagos, in Nigeria, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale per promuovere e la cooperazione e lo sviluppo economico dei Paesi membri. Sulla falsa riga della comunità europea, quindici Nazioni africane da allora si riuniscono annualmente e attraverso l’ECOMOG si rinnovano la promessa di cooperare per la sicurezza dell’Africa occidentale. Ne fanno parte Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa D’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. Nata da un progetto formulato da William Tubman, allora presidente della Liberia, la Cedeao ha recentemente valutato l’introduzione di una moneta comune (l’Eco) per la Zona monetaria dell’Africa Occidentale. Tra buoni propositi e il solito fiume di idee puntualmente finito nel nulla, nel 2000 è arrivata la prima defezione con l’uscita dalla Comunità della Mauritania. Pochi mesi fa in compenso il Marocco ne ha chiesto l’adesione.

Fin qui, a parte i continui fallimenti dei progetti formulati, nulla di particolarmente significativo, se non fosse per un aspetto che caratterizza la Cedeao troppo a lungo ignorato dall’Europa. Come riportato da Nelly Robin nel suo“ECOWAS (acronimo inglese di Cedeao, ndr), una zona di libera circolazione ed avamposto di frontiera dello spazio Schengen”, la principale caratteristica di questa comunità è in realtà la possibilità per i cittadini di viaggiare liberamente all’interno degli Stati membri muniti unicamente di un documento di identità, esattamente come avviene per i cittadini europei nell’Ue. Si tratta quindi di un’area africana enorme dove non serve il visto per attraversare i confini nazionali. Fino a che Gheddafi è rimasto saldamente al timone della Libia lle porte d’ingresso del Paese nordafricano restavano però chiuse. Dopo la sua caduta, con il vuoto di potere creatosi, le cose sono cambiate nettamente e la situazione attuale è sconcertante.

Come segnala Ben Taub nella sua inchiesta per il New Yorker sulla tratta di prostitute nigeriane, circa 350 milioni di cittadini di 14 stati membri della Cedeao hanno la possibilità adesso di entrare liberamente in Niger, esattamente come prima ma con la differenza sostanziale di ritrovarsi centinaia di trafficanti di uomini disposti a far attraversare loro il confine poroso nigerino con la Libia. Veri e propri clan di Tuareg del Niger si fanno pagare cifre esorbitanti da migranti provenienti da paesi come la Nigeria (il paese più popoloso del continente africano) per poi schiavizzarli e trattenerli in campi da cui al momento opportuno vengono smistasti verso la Libia, dove si ritrovano preda di altri trafficanti di uomini pronti a farli salire sui barconi con destinazione Italia. In pratica la Cedeao da comunità economica potenziale si è trasformata in una gigantesca zona di libera circolazione per i cittadini membri, con il Niger punto nevralgico. Senza controlli alle frontiere e con la Libia al collasso di fatto è una sorta di ponte collegato all’Italia, lungo e accidentato certo, ma non per questo inaffrontabile.

Gli accordi bilaterali promossi recentemente da Minniti anche con le tribù che controllano il sud della Libia potrebbero essere insufficienti a lungo termine se non altro per l’inaffidabilità degli innumerevoli attori in campo locali e per la fruttuosa possibilità che si ritrovano di fronte i nuovi Caronte dell’Africa occidentale. Milioni di persone disposte a pagare per attraversare un confine già di per sé poco controllato. Lo scorso marzo il premier Gentiloni stipulò un accordo con il Niger promettendo 50 milioni di euro al governo del paese africano. “Sappiamo che oggi è la via principale dell’immigrazione verso l’Europa. Ci sono migliaia di africani che muoiono nel deserto o in mare” e di conseguenza contrastare i flussi irregolari “è un impegno anche dal punto di vista morale”. Così disse Gentiloni in quell’occasione. Un’operazione di per sé apprezzabile, il problema di fondo è che il governo del Niger ha un controllo limitato sulle tratte gestite dai trafficanti tuareg che continuano ad agire indisturbati. Il meraviglioso mondo senza frontiere è in realtà quindi un inferno dove muoiono come mosche migliaia di persone in cerca di un Eldorado mai così inesistente. E chi sopravvive sbarca in Italia, contribuendo a generarne un altro di inferno.

Eugenio Palazzini

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