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Pechino, 27 apr. – In Cina i bambini dello Xingjang non potranno avere nomi che ricordino l’islam. Le famiglie che trasgrediranno non potranno registrare i loro figli nei documenti familiari e i bambini non potranno avere accesso ai servizi sanitari e sociali, oltre che all’istruzione. La messa al bando di nomi come Islam, Quran, Saddam, Mecca, o Jihad, Muhammad, Medina, Arafat, è solo l’ultimo di una serie di divieti che Pechino ha imposto ai musulmani che vivono nella regione dello Xingjang. Ad esempio, recentemente agli uomini è stato vietato di portare la barba. Non solo: sono proibiti anche matrimoni e funerali religiosi al posto di quelli civili, perché considerate manifestazioni di estremismo religioso. Ai muezzin è vietato usare altoparlanti per chiamare alla preghiera e ai minori di 18 anni è vietato frequentare le moschee.

La direttrice per la Cina di Human Rights Watch, Sophie Richardson, ha definito queste nuove politiche “una violazione sfacciata delle libertà di credo e di espressione garantite a livello statale e internazionale”. I provvedimenti sono parte della strategia cinese volta a limitare la libertà di religione e di espressione della comunità uigura, che da tempo avanza inutilmente richieste separatiste al governo di Pechino. Lo Xingjang è una regione autonoma della Cina nord-occidentale, snodo strategico per il transito di gas e petrolio proveniente dall’Asia centrale.

Gli uiguri, la popolazione che la abita, sono cittadini turcofoni musulmani perseguitati da Pechino per il loro credo religioso, la loro cultura e la loro lingua. In tutto sono circa 10 milioni di persone, e per la Cina rappresentano una minaccia etnico-nazionalista. La repressione dell’islam nella regione cinese a maggioranza musulmana, a favore di una cinesizzazione dell’area così come avviene in Tibet, è un fatto reale. L’anno scorso, per esempio, in nome dell’ateismo di stato, è stato vietato a dipendenti pubblici, studenti e insegnanti di osservare il digiuno del Ramadan.

Va ricordato, però, che è altrettanto reale l’estremismo religioso di matrice islamica dello Xingjang e gli uiguri sono una popolazione che sta andando a rimpolpare le fila dei combattenti dell’Isis. combattono al soldo del Califfo per portare avanti l’idea dell’indipendenza dello Xingjiang, che loro chiamano Turkestan Orientale. Pechino, con i tanti divieti che quotidianamente impone nella regione, dice di voler prevenire la radicalizzazione dei suoi abitanti. Per ora, però, il risultato sembra essere l’opposto di quanto voluto. A marzo, per la prima volta, l’Isis ha minacciato apertamente la Cina con un video in cui alcuni militanti uiguri promettono di tornare nello Xingjang per “far scorrere sangue a fiumi”.

 

1 commento

  1. fossi un cittadino dello Xingjiang mussulmano certamente con queste oppressioni mi radicalizzerei,questo dimostra l’ottusa stupidità delle dittature

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