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guerraRoma, 23 mar – Recentemente il regime di Pyongyang ha effettuato un “test” lanciando 4 missili tattici in contemporanea che, dopo il loro regolare volo di 620 miglia, sono caduti nel Mar del Giappone. Stati Uniti, Corea del Sud e, ovviamente, Giappone hanno espresso vive proteste contro il “test” nordcoreano definendolo una pericolosa provocazione che dimostra la volontà di Kim Jong-un di preparare un attacco.

Il “test”, che in realtà era una vera e propria esercitazione dato che i missili non erano affatto delle nuove costruzioni, è solo l’ultima mossa di Pyongyang per cercare di intimidire i suoi avversari e strappare condizioni più vantaggiose al tavolo delle trattative con i suoi alleati e nemici di sempre: la Cina e gli Stati Uniti. Perché in realtà la questione nordcoreana è solo un tassello della rinnovata politica espansionistica delle due (super)potenze. Da un lato abbiamo l’America di Trump che, oltre ad aver stabilito una nuova politica di riarmo, anche nucleare, sta intervenendo sempre più pesantemente nell’area estremo orientale. Le parole di Tillerson sulla questione del Mar Cinese Meridionale segnano un punto di svolta rispetto alla “politica dei sorvoli” di obamiana memoria. La Cina, d’altro canto, ha saputo sfruttare appieno la debolezza mostrata da Washington negli anni scorsi andando ad occupare quel vuoto di potere e insediandosi ormai stabilmente nell’area in questione, che rappresenta uno snodo vitale per i commerci e, per la Cina, un bastione sicuro per la propria flotta di sottomarini lanciamissili nucleari.

Il recente viaggio di Tillerson in Estremo Oriente ha anche come obiettivo quello di trovare una strategia comune per arginare la “minaccia” nordcoreana confrontandosi con Pechino. Tillerson, che venerdì scorso ha parlato per la prima volta di “opzione militare” contro Pyongyang, ha incontrato il Ministro degli Esteri Wang Yi chiedendo che la Cina abbia un ruolo più attivo nel calmierare le pretese della Corea del Nord, alleato scomodo di Pechino e spesso di difficile gestione, ma ad essa saldamente legato. La questione è, bisogna ammetterlo, delicata: la dialettica tra Corea del Nord e Usa (e suoi alleati) si è inasprita ed entrambe le nazioni, con l’aggiunta di Seoul, considerano “l’attacco preventivo” come la principale risorsa in caso di aggravarsi della minaccia. Annualmente Usa e Corea del Sud effettuano due mesi di esercitazioni chiamate “Foal Eagle”, che sono una prova del Oplan 5015, ovvero di quel piano di guerra che prevede l’attacco di decapitazione della capacità militare nordcoreana colpendo quartier generali e sistemi di comunicazione di Pyongyang in un singolo e mortale colpo in modo da disinnescare la capacità di ritorsione della Corea del Nord. Dal canto loro, a Pyongyang, non sono stati a guardare, e considerano similmente la strategia di un attacco preventivo contro quelle basi militari situate in Corea del Sud e Giappone da dove potrebbe partire l’invasione e un attacco verso il proprio territorio; ecco spiegato anche il motivo delle continue esercitazioni missilistiche effettuate da Pyongyang in questi mesi.

In tutto questo scenario però, c’è da considerare che i veri attori non sono né Pyongyang, né Seoul o Tokyo. I veri attori sono, come sempre, Pechino e Washington che si stanno giocando una partita a scacchi per il controllo delle risorse e dell’area estremo orientale. Pyongyang infatti ha da sempre esacerbato i toni delle proprie “provocazioni” per strappare condizioni più favorevoli al tavolo delle trattative stante il rigido embargo che la attanaglia da 60 anni, e Kim Jong-un si sta ponendo nel solco tracciato dai suoi padri in questo senso. Ben diversa però è la posizione di Pechino, che negli ultimi anni, forte del rilancio delle sue Forze Armate grazie ad ingenti stanziamenti per la Difesa, sta mettendo in pratica la sua volontà di passare da “potenza d’area” a “potenza globale”, cosa che Washington non può permettere. La questione coreana quindi potrebbe essere solo un pretesto per lo scontro tra le due nazioni che reggono i fili di Seoul e Pyongyang e potrebbe facilmente degenerare non tanto per l’escalation militare voluta da Kim Jong-un, quanto per quello che è già in atto nel Mar Cinese Meridionale.

Paolo Mauri

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