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libiaTripoli, 16 mag – L’intervento dell’esercito italiano in Libia sembrava imminente, era anzi annunciato da mesi. Ieri però è arrivata la smentita di Renzi: “di fronte alle pressioni per andare in Libia abbiamo scelto una strada diversa”, parola del premier italiano alla vigilia dell’incontro a Vienna in programma per la giornata odierna, che dovrebbe delineare il tanto auspicato appoggio condiviso al primo ministro Fayez al Serraj e al Consiglio Presidenziale insediatosi a Tripoli. L’incontro sarà co-presieduto dal Segretario di Stato americano John Kerry e dal ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, un vertice che riunisce le cosiddette nazioni del ‘formato di Roma’ (membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, alcuni Paesi europei e della regione, Organizzazioni Internazionali e Regionali), allargato a Malta, Ciad, Niger e Sudan.

“La novità qualificante è rappresentata dalla partecipazione del Premier Al Serraj e di membri del Consiglio presidenziale/Governo di accordo nazionale, a concreta testimonianza dei progressi, anche se ancora fragili, compiuti dal dialogo politico libico in questi mesi – afferma la Farnesina – Al Serraj potrà così raccogliere un importante messaggio di sostegno internazionale alla sua azione e presentare alcune prime decisioni, come il decreto per la formazione della Guardia presidenziale e il provvedimento per la creazione di un comando operativo congiunto per la lotta a Daesh”. Insomma niente invio di truppe da Roma per il momento, anche se la presenza dell’intelligence italiana in Libia è ormai un segreto di Pulcinella. Il problema sul campo però è evidente, il premier libico imposto da Washington e Roma vive rintanato nella base blindata di Abu Sitta a Tripoli ed esce, fortemente scortato, solo per andare in moschea il venerdì. Una barca ormeggiata nei pressi della base è pronta inoltre per un eventuale fuga di al Serraj in caso la situazione precipitasse. I ministri designati del nuovo governo vivono ancora rintanati in casa, in attesa che si insedi ufficialmente un Consiglio presidenziale che esiste di fatto solo sulla carta.

La Libia è quindi ancora una nazione spaccata in tre grandi tronconi, Fezzan, Cirenaica e Tripolitania. Ma sono tronconi che poggiano su un terreno instabile e costellato di enclavi controllate da svariate forze autonome. Dall’Isis a varie milizie islamiste e non, la Libia è una nazione contesa impantanata in un deserto da cui emergono ogni giorno nuovi e vecchi gruppi armati. Gli sforzi internazionali per rendere stabile l’ex colonia italiana continuano a scontrarsi non soltanto con la convulsa situazione locale, le diverse vedute sul futuro libico tra i paesi europei, dettate dai rispettivi e contrastanti interessi, hanno sinora generato un sostanziale stallo alla messicana. L’Italia su indicazione statunitense appoggia al Serraj in Tripolitania, la Francia assieme all’Egitto di Al Sisi garantisce sostegno al generale Khalifa Haftar (già uomo di Washington) in Cirenaica, la Gran Bretagna fa sostanzialmente il doppio gioco. L’incontro di oggi a Vienna potrebbe pure confermare lo stallo istituzionale, quindi il perpetuarsi del caos.

Eugenio Palazzini

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