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ErdoganAnkara, 14 apr. – È una Turchia spaccata a metà quella che si appresta a votare al referendum più contestato della sua storia moderna, che cancellerebbe una volta per sempre i principi introdotti da Mustafa Kemal Atatürk nel 1923. Al voto sono chiamati oltre 55 milioni di elettori e per i turchi residente all’estero le operazioni di voto sono già state completate. Ci si aspetta che a votare andrà il 90% degli aventi diritto.

Gli ultimi sondaggi danno il sì al 51%. Se i risultati delle urne confermassero questi dati il Paese passerà dall’essere una repubblica parlamentare a repubblica presidenziale, con il suo presidente Recep Tayyip Erdogan detentore del potere assoluto. Insomma, una dittatura. Anche perché la carica di primo ministro verrebbe abolita a favore di un superpresidente. Nel caso specifico attuale, Erdogan che con le leggi in vigore oggi terminerebbe il suo incarico nel 2024, con la riforma potrebbe tirare avanti fino al 2029.

I sondaggi in questione, però sono stati svolti esclusivamente in Turchia, e non tengono quindi conto del voto dei turchi espatriati, il cui numero si aggira sul milione e mezzo di persone. Inoltre, il dato del 51% a favore del sì è stato elaborato distribuendo equamente i voti degli indecisi, che dovrebbero essere tra il 9 e il 10% degli elettori. Le ragioni del successo del sì potrebbero essere ricercate, secondo i sondaggisti, dai timori della gente per le possibili conseguenze nel dichiarare le proprie intenzioni di voto. Soprattutto se si tiene conto del giro di vite che Erdogan ha messo in atto dopo il fallito golpe del luglio scorso: 47mila persone sono finite in carcere e più di centomila statali sono stati licenziati o sospesi.

Quella che vota domenica è una Turchia profondamente instabile, sia dal punto di vista economico che da quello socio–politico. Sullo sfondo, il terrorismo. Soprattutto quello di matrice islamista. Ieri sono stati arrestati nove sospetti membri dell’Isis che stavano preparando attentati da mettere a segno domenica, ai seggi. E pochi giorni fa un attentato contro la sede della polizia a Dyarbakir, “capitale” curda, è stato rivendicato dal Pkk. E proprio il conflitto, mai sanato da 35 anni a questa parte, con la componente curda che rappresenta il 20% della popolazione contribuisce a creare instabilità. 

Dall’estate 2015 a oggi, secondo l’International Crisis Group e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, i morti sarebbero 2.641 (dei quali 900 sono membri delle forze di sicurezza turche, un migliaio sono combattenti del Pkk o affini, e oltre 700 i civili). Anche ieri sera l’aviazione turca ha compiuto ieri sera nuovi raid contro obiettivi del Pkk nel Kurdistan iracheno, e le forze armate di Ankara sostengono di aver colpito 7 obiettivi tra rifugi e depositi di armi dei ribelli nella regione di Zap. Nella costruzione del consenso elettorale personale Erdogan ha più volte giocato la carta del terrorismo di matrice curda, mettendolo sullo stesso piano dell’Isis, e questo ha avuto un forte impatto sugli elettori che spesso hanno dimenticato l’ambiguo atteggiamento del Sultano nei confronti dei terroristi.

 

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