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L’affermazione del Front National e la posta in gioco in Europa

by La Redazione
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Marine-Le-Pen-Leader-partito-politico-Front-NationalParigi, 7 dic – Il Front National stravince al primo turno delle regionali e si lancia spedito verso le presidenziali del 2017, unica data veramente importante della vicenda.

Se letta localmente, la passata domenica può essere vista come una vittoria della strategia di Marine Le Pen: basta con i vecchi arnesi, basta con i nostalgismi, basta con le sparate ad effetto per avere la prima pagina, basta razzismo, basta complottismo vetero-cattolico.

In compenso, sì ad una battaglia su base tematica e programmatica al neoliberismo nelle sue componenti effettive: Euro; libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, indipendenza della Banca Centrale dal Governo, etc…

Un’idea di trasversalità politica che ha attirato nell’orbita frontista persino figure tradizionalmente di “sinistra”, come l’economista marxista Jacques Sapir, noto per le sue prese di posizione anti-euro, il cui contributo alla stesura del programma del Front si è rivelato determinante.

Se lo vediamo a livello europeo, quello di domenica è l’ennesimo scricchiolio di un progetto che faceva acqua da tutte le parti, l’idea di creare una nuova Unione Sovietica su base neoliberista anziché comunista. La Finlandia, la virtuosa Finlandia, si è scoperta per il terzo anno consecutivo in recessione ed inizia a meditare di abbandonare la barca che affonda. Così l’Austria, che pure dall’euro ci ha guadagnato, ma i cui cittadini hanno visto cosa vuol dire non avere voce in capitolo per le questioni più vitali come nel caso degli immigrati. La Danimarca, che nemmeno ha l’euro, è sulla stessa lunghezza d’onda. La Polonia e l’Ungheria hanno già detto un deciso “no” all’integrazione monetaria.

Analogo discorso per il Regno Unito, seppur per ragioni in parte diverse. Abbiamo già visto in passato come a Londra prema avere una propria autonomia per poter negoziare alla pari il Ttip in modo da ottenere i maggiori vantaggi possibili per i movimenti di capitale della City (la maggiore industria britannica, ricordiamolo), ovvero il maggior centro speculativo del pianeta.

In ogni caso, il transatlantico imbarca sempre più acqua. Se non si restituisce ai governi nazionali la possibilità di sostenere la domanda interna “stampando moneta” non si avrà alcuna ripresa della crescita e dell’occupazione, e se non si associano queste misure con una certa flessibilità del cambio nominale, esse si ripercuoteranno in un crescente indebitamento estero. L’abbiamo sempre detto: senza sovranità monetaria non vi è sviluppo. E, come hanno capito Danesi, Polacchi ed Ungheresi, la sovranità in generale è incompatibile anche solo con l’esistenza del mostro tecnocratico noto come Unione Europea.

C’è stata ovviamente un’accelerazione, che non sarà sfuggita ai più accorti, in quest’ultimo periodo. A giudizio di chi scrive, è proprio per la fretta dell’amministrazione Obama di portare a casa la rete di accordi globali il cui scopo è quello di isolare Russia e Cina dal mercato, in particolare dal mercato dei capitali. Perché non c’è solo il Ttip: ci sono anche Tpp e Tisa.

La prima sigla sta per Partenariato Trans-Pacifico ed è stato sottoscritto da dodici paesi che compongono il 40% del Pil mondiale: Usa, Messico, Perù, Cile, Giappone, Vietnam, Singapore, Brunei, Malesia, Australia e Nuova Zelanda. Questo tipo di accordo, si basa su tutte quelle asimmetrie tra i suoi membri che, notoriamente, finiscono con il favorire le multinazionali ed i fondi hedge americani, i principali interessati alla sua attuazione in quanto economia in posizione predominante tra quelle risultanti in questo elenco.

Il Tpp nasce inoltre con la finalità di creare un contrappeso alla crescita della Cina nel contesto geo economico asiatico, dove quest’ultima sta appunto assurgendo ad un ruolo primario. Il Giappone, da “competitor” a socio privilegiato degli USA nell’area, è, in verità, divenuto la punta di lancia di questa strategia, seppur con una autonomia nazionale che noi ci sogniamo.

La seconda sigla sta per Accordo di Scambio sui Servizi ed è recentemente stato concluso a seguito di un negoziato svoltosi nel più grande segreto. Il Tisa permetterà alle varie “corporations” finanziarie di esportare tutti i dati personali dei clienti attraverso le frontiere, contraddicendo, in tal modo, le attuali leggi sulla protezione dei dati, oggi in vigore in molti paesi. Questo perché quelle stesse compagnie, vengono esentate dal rispetto delle normative del paese in cui agiranno, a patto che quelle stesse azioni siano permesse nel paese di provenienza. Così, tanto per cambiare, le varie multinazionali Usa potranno tenere unicamente conto delle normative di Washington, passando tranquillamente sopra la testa di quelle dei locali contesti d’azione. Contrariamente alle aspettative, però, questo accordo, sottoscritto da Australia, Canada, Cile, Colombia, Corea del Sud, Costa Rica, Stati Uniti, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Svizzera, Taiwan, Turchia e (ovviamente) Ue ha, invece, trovato l’opposizione maggioritaria dei paesi del Mercosur, capeggiati dall’Uruguay del governo a maggioranza Frente Amplio, con la sola significativa eccezione della presenza del Paraguay, membro fondatore del Mercosur; il che ci fa capire che, anche in questo caso, la partita, per quanto riguarda l’America Latina, è tutt’altro che definita.

Avete mai sentito parlare di questa roba? Ovviamente no, i media sussidiati di regime sono troppo impegnati a scandalizzarsi per il “fascismo” francese o per le strappone del Vaticano per occuparsi di una cosa seria come l’abolizione di fatto del diritto alla privacy.

Il motivo per cui i popoli d’Europa si stanno risvegliando, ovvero stanno dando fiducia a partiti più o meno nazional-populisti, è proprio perché c’è la consapevolezza inconscia che è stata lanciata l’offensiva alle sovranità statuali per ovviare alle sue debolezze in altri contesti geopolitici.

In Italia, purtroppo, manca del tutto un partito del genere. Di più, manca anche solo l’idea per un partito del genere, mancano le persone, mancano le idee guida, manca tutto fuorché una immonda manica di riciclati di destra.

Anzi, in nessuna nazione l’Ue è così amata come in Italia: dalla sinistra “liberal” perché è il trionfo del capitale, da quella “estrema” perché è la negazione dell’odiata nazione e dei valori borghesi, dal centro perché ricorda tanto De Gasperi, dalla destra liberale perché in fondo lo Stato minimo non è malaccio, da quella “radicale” per gli stessi motivi degli omologhi di sinistra.

Non c’è speranza: o una maggiore consapevolezza identitaria, patriottica e risorgimentale, o l’eterna condanna italiana ad andare sempre e comunque al rimorchio della storia altrui. Perché per una volta non possiamo essere noi i protagonisti?

Matteo Rovatti

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3 comments

Renato Di Sano 7 Dicembre 2015 - 4:34

In Italia troppo amore per il denaro fine a se stesso; nessun sistema valoriale assoluto, tutto subordinato al denaro. I sedicenti colleghi italiani della Le Pen non sarebbero adeguati neanche a farle da zerbini. Non ci sono prospettive concrete di alternative. La Le Pen esprime tali prospettive. Ma sarà in grado di resistere, ammesso che abbia nel 2017 un’affermazione ampia, alle COGENTI esigenze dell’Unione?

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Claudio 8 Dicembre 2015 - 5:43

Ottimo articolo, ne condivido appieno il messaggio. Mi sento solo di fare un piccolo appunto: nonostante la Danimarca disponga ancora della propria valuta nazionale, non altrettanto si può dire della sovranità monetaria poiché la Corona danese è legata da un tasso fisso all’euro, come è stato per la lira dal 1999 al 2002, quindi la Danimarca non ha libera capacità di spesa anche se, qualora volesse riprendere un mano le redini del proprio destino, sarebbe avvantaggiata rispetto a noi poiché non si troverebbe a dover cambiare valuta, ma semplicemente riprendere a stampare secondo le proprie necessità.

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Sacrum Imperium 8 Dicembre 2015 - 9:30

…”manca tutto fuorché una immonda manica di riciclati di destra”. Appunto, stiamo parlando della destra italiana, quella cosa che è sempre stata un cancro anti-nazionale sotto mentite spoglie, profondamente badogliana, serva di sion e dell’atlantismo pluto-mondialista, grottesco parallelo latinoamericano in Europa con la sua borghesia pezzente e compradora, ignorante come la merda. E dove si vuole andare con questi “caudillos” del rito scozzese tanto banditi quanto tragicamente nulli? Se teniamo conto che dall’altra parte si è passati dal baffone al baffetto globalista ora in salsa renziano-boldriniana tutto BCE-migranti-finanza mondiale, passando per britanni e montinisti, si capisce che il peccato mortale di questo paese è l’anti-italianità, l’anti-nazione come idea fondante dell’unione delle stirpi italiche. L’anti-italianità, l’odio, il disprezzo e lo scherno per l’Italia è la religione catto-liberal-comunista dei satrapi non-morti di questo paese torturato quasi a morte. Vi è dell’altro? Vi è sì una minoranza in piedi fra le rovine, che resterà tale.

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