finlandia lavoratori protesteHelsinki, 7 dic – Disciplina fiscale di bilancio, austerità, rincorsa delle esportazioni. C’è un paese che le famose “Riforme” – quelle urlate a tutto spiano da buona parte della burocrazia europea e non solo – le ha fatte. Ma che dal 2008 ha perso quasi il 6% del proprio Pil e ha visto nel frattempo esplodere la disoccupazione, quasi raddoppiata. No, non stiamo parlando della Grecia. E quindi nemmeno delle più classiche delle scuse come mafia, corruzione, assistenzialismo etc. Anche perché di criminalità organizzata e grossi giri di tangenti, dalle parti della…Finlandia, non che se ne senta parlare molto.

Sì, proprio la Finlandia. Ricordate quando, correva il 2011, nel pieno della crisi del debito greco il governo di Helsinki aveva chiesto ad Atene centinaia di miliardi di garanzie, fra le quali addirittura l’Acropoli? “Chi la fa l’aspetti”, verrebbe da dire, visto che l’austero paese nordico è, ormai da due anni, sprofondato in una profonda crisi economica della quale non si vede l’uscita.

La crisi dell’industria cartiera e la fine della storia di Nokia sono solo cronaca recente e non hanno nulla a che vedere con le origini delle difficoltà della terra di Babbo Natale: anche prescindendo da risme di carta e cellulari, la Finlandia sarebbe comunque in crisi. E a questo giro, per una volta, il debito non c’entra. Eliminate quindi tutte le cause che secondo Bruxelles e Banca centrale europa furono alla base della (meritatissima, a detta loro) crisi della sponda sud, cosa rimane? Lo spiega bene Paul Krugman: “Il progetto della moneta unica era viziato fin dall’inizio e creerà nuove crisi, anche se in qualche modo l’Europa riuscisse a superare questa“. La nuova crisi eccola qui.

Che accade in Finlandia? Succede che – come già in Italia, in Grecia, in Spagna, in parte anche in Francia – con la moneta unica a cambio fisso la produttività crolla. E con essa la capacità del paese di esportare. Se a questo aggiungiamo la presenza di vicini ingombranti, allora la situazione diventa ancora più tragica: la Svezia, ad esempio, ha negli ultimi anni svalutato la propria moneta di circa il 20% segnando così, nello stesso periodo in cui la Finlandia perdeva il 6%, una performance notevole: +8%. Nel frattempo, le esportazioni finniche sono ovviamente crollate. E ora il governo cerca di correre ai ripari. A pesare, come detto, è la produttività del lavoro, decisamente più alta rispetto ai vicini ma anche rispetto alla Germania. Nell’impossibilità di svalutare per riequilibrare le partite, l’unica strada percorribile è quella – già sperimentata senza successo da Grecia e Italia – di procedere alla svalutazione interna: tagli ai salari, riduzione delle prestazioni pubbliche, insieme all’ipotesi reddito di cittadinanza che non è altro che la rinuncia dello Stato alla sua funzione.

Dalle parti del baltico, al confine con la Russia, il governo ha già messo le mani avanti incontrando le parti sociali per discutere della (nuova) ondata di austerità. La risposta è stata la mobilitazione sindacale a suon di scioperi, che nel paese della vodka, dei rallysti e dei giavellottisti non sono un qualcosa di comune. L’ultima ondata risale ad inizio anni novanta, quando – come spiega Alberto Bagnai sul suo blogdi fronte al crollo dell’Urss la Finlandia si sganciò dallo Sme, svalutò del 25% senza toccare salari e prestazioni sociali ma passò da un +5% di surplus ad un -6% di deficit nel bilancio pubblico. Il risultato? Pil in crescita, in media, di oltre quattro punti percentuali l’anno fino al 2000. Cioè proprio quando fu introdotta la moneta unica e il Patto di Stabilità rese impossibile manovre di aggiustamento.

Non è un caso che, con l’anno nuovo e vista anche la presenza del movimento “Veri Finlandesi” (secondo partito per consensi) al governo, si aprirà ufficialmente il dibattito sull’eventualità che il paese possa uscire dall’eurozona.

Filippo Burla

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