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Roma, 13 ago – A me hanno sempre ricordato degli ombrelloni da spiaggia chiusi, e mi sto riferendo alle donne musulmane che indossano quella sorta di gabbia di stoffa chiamata burqa. A Boris Johnson, leader conservatore britannico, hanno ricordato invece delle cassette per lettere. Ma quale tipo di cassette? Quelle rosse grandi ove imbuchiamo lettere e cartoline oppure quelle più piccole attaccate ai muri delle case? Sarebbe interessante scoprirlo perché potremmo convenire con quel mattacchione biondo, reo d’aver espresso in libertà un giudizio sarcastico e politicamente scorretto. E infatti è venuto giù il mondo quando BoJo ha commentato il velo integrale islamico dicendo che le donne che lo indossano “assomigliano a delle cassette per le lettere”.
A quei parrucconi dei conservatori si sono rizzati i capelli in testa e, annaspando come gabbiani nel petrolio, hanno sottoposto l’ex ministro degli esteri ad un’indagine disciplinare da cui, alleluia, pare non sia emerso niente. Ma non si sono persi d’animo, e il presidente del partito, Brandon Lewis, ha proposto di imporre a Boris Johnson un “training sulla diversità”: allenarlo, dunque, a rispettare il diverso. E insomma, risulta arduo decidere se ridere o piangere visto che stiamo parlando di un signore che è stato ministro degli esteri e per due volte sindaco di Londra, una delle città maggiormente invase da queste benedette diversità. Ha difatti sede nella capitale britannica il partito “Islam for UK”, fondato da un barbuto fanatico che risponde al nome di Anjem Choudary. Andate a guardare su YouTube le interviste che questo invasato ha rilasciato negli ultimi anni e cercate poi di capire se l’ex sindaco di Londra ha bisogno di una iniezione di multiculturalismo. Oggi per di più, la City è governata da un sindaco musulmano, un classico esemplare di intellettuale multiculti che si preoccupa più del rispetto formale dei canoni della neolingua politicamente corretta che dei tribunali islamici i quali, nascendo come funghi nel bosco, emettono sentenze non sulla base della legge inglese bensì della sharia. E vabbè.
Poi si pone la questione del se e del quanto si possa prendere per il culo l’Islam e gli islamici, ovvero fare ironia su ciò che loro ritengono sacro, inviolabile e intoccabile. Visto e considerato che insigni vignettisti hanno piazzato sulla testa del Papa un preservativo e che numerose volte il crocifisso è stato utilizzato come oggetto di autoerotismo nei grotteschi spettacoli Lgbt, senza che mai le alte sfere del Vaticano organizzassero rappresaglie, verrebbe da dire che sì, pure il mondo musulmano è passibile di satira e battute. Il dramma è che l’intellettualume politically correct non la pensa così e, trincerandosi dietro la banale difesa delle minoranze (magari rimanessero tali), restringe sempre più il perimetro entro cui tutti noi possiamo esprimere le nostre idee. E se la sente talmente tanto questo cascame, che azzarda anche la proposta di rieducare l’eretico che ha osato aprir bocca. Dunque essi partono dall’idea che non tutte le idee possono essere espresse, e che, non si sa per quale cazzo di motivo, loro e solo loro sono i prescelti per giudicare gli imputati. A processo finito, e s’intende un processo decisamente sommario, viene detto che per il bene della collettività si rende necessario un corso di rieducazione per cancellare dalla mente del condannato le sue idee ritenute arbitrariamente nocive. V’è dell’ironico anche in queste righe, ma se ci pensate bene la proposta dei conservatori britannici è esattamente di questo genere: estrarre ed eliminare con la forza delle convinzioni ritenute irricevibili da una setta di invasati perbenisti.
La farsa assume connotati devastanti quando, nel nome dell’integrazione, si disintegra un principio fondamentale della nostra civiltà che è quello della libertà d’espressione. Qui in Italia ce l’hanno a morte con un fascismo morto e sepolto e il cui spettro viene agitato dagli imbonitori privi di idee che, per risolvere il proprio dramma, preferiscono zittire chi al contrario di loro ha idee sensate. Boris Johnson, con una battuta esilarante, ha messo a nudo l’ipocrisia del mondo pluriculturalista che esige il rispetto per tutti tranne che per sé stesso. Non sta bene a noi e non sta bene a BoJo, come non sta bene al presidente Trump e come non sta bene alla parte civile e disimpegnata dell’Occidente che ha scoperto la matrice suicida insita nel progetto di convivenza di culture differenti. E anziché insegnare a questi coinquilini che “cogitationis poenam nemo patitur”, insegniamo loro ad infilzarci facendo perno su quegli stessi principii che gli hanno permesso di giungere sin qui e di stabilirvisi. Questa sì che è un genere di “educazione” folle, proprio come se al figlio piagnucolone la mamma regalasse i giochi per calmarlo. E, anziché calmarlo, finiamo solo per rintuzzare quella voglia di creare uno spartiacque invalicabile rappresentato in questo caso da un velo che impedisce qualsiasi contatto umano con la donna che lo indossa. È come se al di là dello spartiacque vi fosse una civiltà differente e neanche diffidente, piuttosto totalmente e indiscutibilmente in contrapposizione con quella ospitante. Facendo così la fine che fa l’olio nell’acqua.
A noi, oltre a cassette della posta e ad ombrelloni da spiaggia, quelle donne con quei veli ricordano che pur non esistendo razze migliori, esistono senz’ombra di dubbio culture migliori. E chi se ne frega dell’essere e dell’apparire per bene.
Lorenzo Zuppini

5 Commenti

  1. È la cultura il prodotto di una razza e non viceversa… Quindi se esistono culture migliori esistono anche razze migliori!… La spiegazione razzista è sempre la più logica e veritiera…!…

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