Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 6 apr – Siria, il Fronte Europeo per la Siria e Comunità siriana in Italia hanno inviato una lettera ufficiale all’Unione Europea, chiedendo “l’immediato abbattimento delle sanzioni e la sospensione dello stato di embargo in vigore dal 09/05/11”. La missiva è rivolta al Parlamento Europeo, al Presidente Sassoli, al Consiglio Europeo, agli Affari Esteri e agli Aiuti Umanitari. Le due associazioni, tra le più attive in Italia a sostegno della causa siriana, hanno sottolineato che le misure coercitive europee hanno effetti devastanti a livello umanitario sulla popolazione civile, cosa che l’Ue ha sempre tentato di smentire ma i dati non lasciano spazio ad interpretazioni. Qui la petizione online.

Siria, un esempio di convivenza etnoreligiosa

La guerra in Siria ha superato il decennio e il prossimo 9 maggio questo accadrà anche alle misure restrittive applicate dall’Unione Europea alla Repubblica Araba di Siria. Un approccio alla crisi che ha ottenuto un unico risultato: aumentare la sofferenza del popolo siriano. La narrazione secondo cui ci sarebbe un Governo oppressivo contrapposto a dei “ribelli moderati” che chiedono democrazia e libertà è stata ormai ampiamente smentita dai fatti. Partiamo dall’inizio. La Repubblica Araba di Siria era ed è ancora un esempio di convivenza etnoreligiosa unico in Medio Oriente, 10.000 anni di storia, di Civiltà che si sono succedute lasciando una traccia indelebile nella storia del mondo. Un vasto patrimonio culturale che dalla fine del colonialismo, anno 1946, ha trovato nel senso di appartenenza nazionale la sua sintesi naturale.

La laicità dello Stato permette alla donna una condizione sociale fortemente avanzata anche in paragone agli standard europei: con la Costituzione del 1975 erano stati rimossi tutti gli ostacoli allo sviluppo del ruolo della donna, garantendo piena uguaglianza. Le donne siriane, prima dell’aggressione terroristica, occupavano il 73% dei posti pubblici, rappresentavano il 46% della popolazione universitaria, il 58% della funzione pubblica di ministeri e amministrazioni. Nell’insegnamento alla scuola primaria rappresentavano la maggioranza con il 63%, il 43% nella secondaria e il 15% all’università. Tutti trend in crescita fino al 2011, quando l’entrata in scena di gruppi di opposizione aggressivi e fortemente radicalizzati ha bruscamente interrotto e invertito i processi di emancipazione femminile.

L’economia siriana

In campo economico, prima del conflitto, le principali risorse della Siria erano il petrolio, il gas e il fosfato che, insieme al settore agricolo, rappresentavano il 21% del Pil. Il turismo, fondamentale per l’economia siriana, portava nel Paese circa 5 milioni di persone per un totale di 1,800 miliardi di dollari. Da tutto il mondo arrivavano per visitare le ricche zone archeologiche, alcune di queste occupate e saccheggiate dai terroristi, come Palmira, Bosra e Aleppo est, oggi nuovamente visitabili poiché tornate sotto il controllo governativo. La cancellazione delle sanzioni darebbe grande impulso anche all’opera di ricostruzione dei siti. Nel 2009 aveva riaperto la Borsa di Damasco. C’erano investimenti importanti nelle telecomunicazioni, nel commercio, nel settore bancario e in quello dell’energia. L’economia siriana, grazie all’equilibrata supervisione dello Stato, aveva retto alla recessione globale del 2009, registrando una crescita del 4%. I rapporti commerciali erano sempre più estesi e i paesi dell’Unione Europea, Italia e Germania in primis, producevano un interscambio commerciale pari a 5,4 miliardi di dollari, il 23% del commercio totale siriano. Il petrolio valeva 400.000 barili al giorno, crollati a 20.000 nel 2013 a causa del sopraggiungere del terrorismo e, ovviamente, delle sanzioni. Lo Stato aveva anche previsto di aumentare la propria produzione di gas, avendo a disposizione riserve da quasi 280 miliardi di metri cubi, una ricchezza considerevole che avrebbe garantito ulteriore sviluppo. Giova infine ricordare che la Siria si trova in una posizione strategica per il possibile transito di gasdotti, infrastrutture che potrebbero portare ulteriori introiti.

La destabilizzazione

Il 15 marzo del 2011, però, inizia la catastrofe. Secondo la narrazione con cui attualmente si giustificano le sanzioni, le autorità governative vengono accusate di aver represso e di reprimere la popolazione civile in disaccordo con il Governo. In realtà, dieci anni dopo, a fronte di una Nazione distrutta, la verità è risultata essere tutt’altra. In Siria, da dieci anni, non si sta combattendo una guerra civile, ma una partita a scacchi sulla pelle dei siriani in cui sono coinvolti, direttamente o indirettamente, vari Governi e organizzazioni internazionali. Parlare di una semplice disputa tra il Presidente Assad e suoi seguaci da una parte e i gruppi ribelli di opposizione dall’altra non ha nessuna attinenza con la realtà dei fatti e l’Unione Europea, con le sanzioni, si pone di fatto tra i belligeranti.

Nel 2012, peraltro, il Governo siriano ha messo in campo una serie di riforme volte a modernizzare lo Stato, aprendo alla pluralità nei confronti alle opposizioni non di stampo terroristico, con una nuova Costituzione entrata in vigore il 27 febbraio del 2012. Nei principi fondamentali della Carta, si afferma uno Stato democratico e sovrano, repubblicano, con libertà di culto e pluralismo politico e culturale. Per gruppi di opposizione armata però, quelli che l’Ue ha preso come interlocutori, non è mai stato questo il cuore del problema. Col passare degli anni abbiamo potuto constatare che quella dei “ribelli moderati” in cerca di democrazia è soltanto un’utopica favola. Questi gruppi, composti perlopiù da fondamentalisti, hanno devastato e depredato i territorio occupati e se la Siria oggi può ambire alla ricostruzione, anziché essere diventata un’altra Libia, lo si deve esclusivamente alla tenuta delle Istituzioni della Repubblica Araba di Siria.

In concreto, la Siria è finita al centro di una destabilizzazione funzionale al perseguimento di interessi geopolitici. Per la sua posizione strategica e per la ricchezza del suo territorio. Alcuni Stati confinanti, alleati dei Paesi Occidentali, hanno fomentato la crisi, applicando il concetto di “guerra surrogata” attraverso il sostegno ai ribelli e l’invio di combattenti stranieri da circa 80 Paesi, con l’obiettivo di eliminare uno scomodo competitor e cannibalizzarlo economicamente e politicamente.

La crisi umanitaria

La crisi umanitaria generata da questo conflitto multilaterale non ha precedenti nel mondo dal 1945 ad oggi. Elenchiamo qui di seguito i dati ufficiali diramati dall’OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari il 17 febbraio e il 17 marzo 2021.

– 5 milioni di bambini nati in Siria dall’inizio del conflitto non hanno mai vissuto tempi di pace e un altro milione di bambini siriani sono nati come rifugiati nei paesi limitrofi.
– 13 milioni di Siriani costretti a fuggire dalle loro case negli ultimi 10 anni. Costituiscono più del 60% della popolazione stimata del Paese. Di questi 13 milioni di persone, 6,6 milioni sono rifugiati siriani, che rappresentano un quarto della popolazione mondiale di rifugiati. Altri 7 milioni di siriani sono sfollati interni, la più grande popolazione mondiale di sfollati interni.
– 13,4 milioni il numero di persone in Siria che hanno bisogno di aiuti umanitari. Questo numero è tre volte più grande del numero di persone in stato di bisogno identificato dall’OCHA (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari) alla fine del 2012.
– 2,5 milioni Il numero dei bambini tagliati fuori dalla scuola in Siria. Non si possono usare un terzo delle scuole del Paese perché sono state danneggiate o distrutte, o perché sono utilizzate per l’accoglienza di famiglie sfollate o per scopi militari.
– Sono 12,4 milioni, una cifra record, equivalente a circa il 60 per cento della popolazione, i siriani che vivono nell’insicurezza alimentare. In poco più di un anno, 4,5 milioni di persone si sono aggiunte a quanti soffrono di insicurezza alimentare.
– Nell’ultimo anno i prezzi del cibo sono schizzati alle stelle in Siria. I prezzi dei beni di base sono aumentati del 236 per cento mentre crollava il valore della sterlina siriana. In media, il prezzo del carburante è aumentato da 1.000 sterline siriane del gennaio 2020 a 5.000 sterline siriane del gennaio di quest’anno.
– Il numero dei morti dall’inizio della guerra è stimabile in oltre 250.00 persone ma ci sono stime che si spingono fino a 500.000.

Dati impressionanti, soprattutto perché di operazioni militari su vasta scala non se ne vedono da più di un anno. Il problema principale adesso è la guerra economica con cui l’Occidente tiene in stato di precarietà il Paese. Nei grandi centri urbani, collocati nella parte occidentale della Nazione, quella in cui risiede circa l’80% della popolazione, non vi sono più presenze terroristiche. Questo parziale ritorno alla normalità è stato possibile grazie agli sforzi dell’esercito arabo siriano, che con un tributo di sangue enorme ha sconfitto l’Isis, Jabath al-Nusra e altri gruppi di jihadisti alleati dei “ribelli moderati” del Free Syrian Army”. Questo non può lasciare immutate le considerazioni fatte dai Governi europei nel 2011: se il Presidente Assad fosse caduto, come auspicato nelle motivazioni addotte per l’applicazione delle sanzioni, il califfato avrebbe trovato le porte d’Europa spalancate.

“Le sanzioni dell’UE, imposte dal 9 maggio 2011, rispondono alla repressione perpetrata sul popolo siriano dal regime siriano e dai suoi sostenitori, anche attraverso l’uso di munizioni vere contro manifestanti pacifici, e il coinvolgimento del regime nella proliferazione e nell’uso di armi chimiche.” Nonostante tutto, con queste motivazioni, lo scorso anno l’Ue ha rinnovato le misure restrittive contro la Siria, contraddicendo anche l’Onu.

Le fantomatiche armi chimiche

Durante la guerra l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha ricevuto numerose denunce per l’utilizzo di armi chimiche, molte delle quali poi rivelatesi false. Due in particolar modo hanno segnato l’opinione pubblica: quella del 21 agosto 2013 nella zona della Ghouta e quella nella città di Douma del 7 aprile 2018. In entrambi i casi le relazioni commissionate dall’Onu, pur accertando l’utilizzo di armi non convenzionali, non hanno potuto attribuire con certezza la paternità di quegli attacchi, essendo armi nella disponibilità di tutte le parti. Il primo attacco documentato, invece, risalente al 19 marzo 2013 a Khan al-Assal, sobborgo di Aleppo, ha una matrice abbastanza chiara: non uccise dei ribelli ma 26 persone tra cui 16 soldati dell’esercito regolare, investiti da gas sarin. L’ONU, nell’agosto 2013, ha confermato la presenza del gas sarin ma, anche in questo caso, non attribuisce specifiche responsabilità. Peraltro le autorità di Damasco, proprio del 2013, avevano accettato di smantellare il proprio arsenale sotto la supervisione dell’Onu.

Gli obiettivi dei terroristi

Riguardo alla qualifica di “manifestanti pacifici”, invece, giova ricordare che i primi gruppi terroristici fanno irruzione sullo scenario siriano già nel primo anno di guerra monopolizzandola. I miliziani di Jabath al-Nusra hanno iniziato l’attività terroristica in Siria con una serie di incontri tra ottobre 2011 e gennaio 2012 a Dimashq (campagna di Damasco) e Homs. In questi primi incontri, i cinque obiettivi principali del progetto sono stati:

1. creare un gruppo che includa molti jihadisti esistenti, collegandoli insieme in uno solo entità coerente
2. rafforzare e rafforzare la coscienza della natura islamista del conflitto
3. costruire la capacità militare del gruppo, cogliendo le opportunità per raccogliere armi e addestrare reclute (molte delle quali provenienti proprio dalle manifestazioni dell’opposizione)
4. creare uno stato islamista in Siria
5. stabilire un “Califfato” a Bilad al-Sham (il Levante)”
Per gli islamisti il conflitto in Siria ha rappresentato fin da subito un’opportunità per stabilire un sistema di governo religioso, contro quello laico, sociale, nazionale e panarabista del Partito Baaht. Nel loro primo proclama video dichiararono di voler “riportare la legge di Allah nella Sua terra”. Era il 24 gennaio del 2012.

Un altro gruppo armato attivo dal 2011, “Ahrar al Sham”, gruppo militante Salafita operante prevalentemente nelle zone di Aleppo, Idlib ed Hama. “Movimento islamico degli uomini liberi del Levante”, fondato da Hassan Abboud e con altri ex prigionieri jihadisti, rilasciati dalle carceri siriane durante le manifestazioni dei presunti “ribelli moderati” su richiesta degli stessi. Dal 2012, Ahrar al-Sham ha coordinato attacchi contro l’esercito arabo siriano e le minoranze religiose.

Questi gruppi prima e l’autoproclamatosi Stato Islamico a partire dal 29 giugno del 2014, hanno avuto relazioni dirette con i miliziani armati che, secondo le rivendicazioni, avrebbero dovuto trarre vantaggio dalle sanzioni europee. Si tratta del già citato “Free Syrian Army”, sulla carta comporto da “ribelli in lotta per la democrazia” ma in realtà quinta colonna del Partito dei Fratelli Musulmani. Una compagine considerata di stampo terroristico e messa fuorilegge in molti Paesi del mondo tra cui la Russia e appunto la Siria. Ognuno di questi gruppi armati ha trovato sostegno economico e militare dalle Nazioni interessate strategicamente ad un “Regime Change” in Siria: prove inconfutabili sono emerse a carico di Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Israele, oltre a Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Per rinforzarne le fila, scarne di siriani, sono stati importanti mercenari da ogni parte del pianeta.

I profughi interni

I 7 milioni di profughi interni stimati dall’Onu, sono civili siriani costretti a scappare per il progressivo incedere dei gruppi terroristici, oggi arrestato, come detto, ma con alle spalle una scia di distruzione che non permette in rientro in milioni di abitazioni, famiglie con bambini sono accolte presso i centri messi a disposizione dal Governo siriano. Scrive l’Unione Europea: “Le sanzioni dell’UE sono concepite in modo da colpire solo le persone e le entità specifiche nell’elenco delle sanzioni, evitando impatti negativi sulla popolazione, e rispettano tutti gli obblighi previsti dal diritto internazionale, in particolare il diritto internazionale dei rifugiati, il diritto internazionale umanitario e i diritti umani internazionali legge. Le sanzioni dell’UE non ostacolano la fornitura di assistenza umanitaria alla popolazione siriana.”

In realtà è esattamente il contrario: sono proprio queste misure economiche che ostacolano l’assistenza alla popolazione civile e il rientro dei civili nelle proprie case. La ricostruzione delle città distrutte dal terrorismo è rallentata dalla carenza di materiali, cosa che impedisce anche la ripresa delle attività economiche, favorendo la permanenza in uno stato di disoccupazione di larga parte della popolazione. Colpendo direttamente le istituzioni siriane, queste non possono provvedere all’approvvigionamento di energia e dei cosiddetti beni “Dual use”, definiti dal Regolamento N. 1334/2000 del Consiglio dell’Unione Europea prodotti “che possono avere un utilizzo sia civile sia militare”. Tra questi vi è una vasta serie di prodotti di uso quotidiano, domestico e lavorativo. Vi è inoltre l’impedimento alle transazioni finanziare che colpisce indiscriminatamente tutto il popolo e che ha ormai assunto le sembianze di una persecuzione su larga scala.

I danni delle sanzioni alla Siria

Incredibile, poi, il divieto all’acquisto di petrolio e prodotti petroliferi: il 2 settembre del 2011 è stato introdotto per la Repubblica Araba di Siria. Il 22/04 2013, i Ministri degli Esteri europei, approvano una deroga parziale all’embargo sul petrolio siriano, permettendo alle società europee di importare il greggio venduto dai ribelli, finendo così per finanziare direttamente anche l’Isis.

Altro effetto tangibile delle sanzioni alla Siria è il dilagare di infezioni che non possono essere adeguatamente affrontate. Prima del 2012 quella siriana era una fiorente industria farmaceutica, autosufficiente al 95% in termini di produzione di farmaci con un sistema sanitario ben strutturato. Oggi, senza elettricità e con i gruppi elettrogeni privi di combustibile, con frigoriferi e apparecchiature di sterilizzazione fuori uso, quello che resta della rete di presidi ospedalieri è praticamente al collasso. Ne consegue un numero elevatissimo di infezioni ospedaliere che, tra l’altro, non possono essere affrontate per la mancanza di antibiotici. Ci sono poi infezioni gastrointestinali determinate dalla impossibilità di ripristinare acquedotti ed impianti di sollevamento idrico danneggiati dalla guerra e c’è la denutrizione: oltre l’80% della popolazione siriana vive in condizioni di povertà, un terzo in condizioni definite di estrema povertà, ovvero impossibilitata ad ottenere prodotti alimentari di base. L’aspettativa di vita si è ridotta dai 79 anni del 2010, dato tra i più alti del Medio Oriente, ai 55 anni del 2014.

Il re è nudo. Tutte queste problematiche sarebbero risolvibili in breve tempo con la cancellazione delle sanzioni e dell’embargo. Se questo non avverrà sarà la riconferma che ciò che sta facendo l’Unione Europea è una vera e propria guerra di aggressione nei confronti della Siria e del popolo siriano in ossequio all’imperialismo statunitense.

Saverio Di Giulio

La tua mail per essere sempre aggiornato

2 Commenti

  1. Avrei qualcosa da aggiungere ma davanti ad un articolo-lavoro di tal pregio mi astengo e spero che siano in tanti a leggerlo e a rifletterci sopra. Grazie.

Commenta