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Tripoli, 6 apr – Con le truppe del generale Khalifa Haftar a pochi km da Tripoli (hanno già conquistato l’aeroporto della capitale), la situazione in Libia si fa sempre più convulsa. E comincia a mietere, oltre a quelle sul campo, anche le prime vittime dal punto di vista dei rapporti internazionali.

L’Eni richiama i tecnici

Mentre l’avanzata di Haftar prosegue, l’Eni ha deciso nella giornata di oggi, in accordo con il ministero degli Esteri, di richiamare tutto il personale italiano operante in Libia. Una scelta operata in via “precauzionale”, spiega la società, che assicura come la situazione nei campi petroliferi sia comunque “sotto controllo e stiamo monitorando l’evolversi della situazione con molta attenzione”.

Nonostante la guerra civile prima e la caduta di Gheddafi poi, Eni è rimasta una delle poche società petrolifere rimaste in Libia. Se negli anni antecedenti la balcanizzazione del Paese contava per un quinto della produzione di idrocarburi, dopo l’assassinio del raìs la quota era sensibilmente salita fino a toccare oltre il 30%. Merito delle note capacità diplomatiche del cane a sei zampe, abile a districarsi nel groviglio delle tribù per proseguire le proprie attività.

Il ruolo di Haftar e della Francia

Non è un mistero che la guerra in Libia abbia avuto, tra i suoi fattori scatentanti, proprio la solida e radicata presenza di Eni tra Tripolitania, Fezzan e Cirenaica. Ne è convinto, ad esempio, il generale in congedo Fabio Mini, che non più tardi del mese scorso spiegava, dalle colonne de La Verità: “La scintilla è scoccata all’indomani dell’ accordo di Gheddafi con l’Eni, che riconobbe allo Stato libico un incremento del prezzo del gas metano nella misura del 30%”.

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Se il primo tentativo francese non è andato a buon fine (addirittura nel 2015 persino Total fece i bagagli), ecco giungere il secondo. Non è infatti ancora un mistero che, se il premier Fayez al-Serraj è l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, Macron spinga invece forte dal lato di Haftar e delle sue milizie. Più volte il generale è stato ospite a Parigi per colloqui formali con l’Italia a fare da convitato di pietra.

La Farnesina tace

Mentre la Francia ordisce le sue trame, assordante è il silenzio dell’Italia. Il premier Conte ha auspicato un non meglio precisato “percorso politico sotto la guida delle Nazioni Unite”, mentre il titolare degli Esteri Moavero ha assicurato la “concordanza di vedute sulla situazione in Libia” tra i titolari dei rispettivi dicasteri all’interno del G7.

Frasi di circostanza che dicono tutto e niente. Tanto più che all’interno del G7 sono, fino a prova contraria, compresi anche i diplomatici transalpini il cui ruolo nelle vicende della nazione nordafricana è, come visto, molto più che ambiguo. E che probabilmente oggi stanno esultando per la ritirata “strategica” di Eni.

Nicola Mattei

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1 commento

  1. La Francia sostiene Haftar perché purtroppo sa fare politica estera meglio dell’Italia. Ha riconosciuto in sede ONU il Governo di Tripoli, ma avendo constatato la debolezza e l’inconsistenza di quest’ultimo, ha deciso di appoggiare l’iniziativa del Governo di Tobruk, che tra l’altro ha stabilizzato la sua zona con una efficace repressione del terrorismo.

    Ricordiamoci che i clandestini traghettati dalle ONG verso le nostre coste, non provengono dalla Cirenaica, ma dalla Tripolitania, quella “governata” da Sarraj, e a cui l’Italia dà il proprio sostegno.

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