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reparations0108aLondra, 2 ago – Dopo gli episodi di qualche settimana fa, con il water fight sfociato in scontri ed assalti all’insegna dello slogan “Black Lives Matter, dopo l’omonimo corteo che il mese scorso ha visto protagonista ancora una volta Brixton, proprio dal quartiere londinese che, ai tempi della Thatcher, conobbe la rivolta dei neri, è partita ieri una marcia, direzione Westminster, per chiedere una riparazione economica rispetto alla schiavitù subita ai tempi del colonialismo britannico. Ebbene si, molti ‘cittadini inglesi’ non si sentono evidentemente tanto inglesi e, dopo secoli, continuano a considerare il proprio paese come un’entità ostile al proprio ‘popolo’ e, dunque, prima di tutto, come un’identità estranea. Niente confini, niente religioni, nessuna identità, implora il pensiero debole occidentale: peccato che non tutti abbiano evidentemente intenzione di dimenticare le proprie radici, fingere che non esistano differenze e lottare per il proprio popolo come ormai facciamo noi europei, dopo decenni di egemonia culturale all’insegna dell’antifascismo.



E così, una folla non certo oceanica, ma formata da centinaia di persone con bandiere e striscioni, sostenute persino dal deputato ambientalista Shahrar Ali (dal nome evidentemente molto britannico !) – la cui presenza rende quanto meno l’idea del significato politico della rivendicazione – si sono ritrovate in nome dell’orgoglio africano. Ecco perché, come dicevamo, il significato politico della manifestazione va ben al di là dei numeri registrati oggi, in occasione di una protesta che, ad ogni modo, era diretta niente meno che al parlamento, per la consegna di una petizione che, tra l’altro, recita: “Oggi i discendenti degli africani deportati, direttamente e indirettamente, incontrano discriminazioni razziali quotidiane. Tutto ciò si traduce nell’impoverimento, nella mancanza di istruzione, nella disoccupazione, negli arresti e nelle pessime condizioni sanitarie”.

reparations0108eRappresentazioni del continente africano, accuse contro chi ha provocato la diaspora ed una promessa: “non dimenticheremo la colonizzazione e la riduzione in schiavitù della nostra gente”, come recitava un cartello esposto da una manifestante simbolicamente incatenata. La ‘Marcia per l’Emancipazione Africana’ non è stata soltanto una mascherata ma una iniziativa che ci mette sotto gli occhi un dato: la cittadinanza non è un pezzo di carta. “Le azioni immorali ed illegali inflitte agli africani non possono essere cancellate”, spiega il testo della petizione, “il sangue, il sudore e le lacrime dei nostri antenati hanno finanziato l’espansione economica del Regno Unito”, “ora è tempo, per le vittime di queste inumane atrocità, di chiedere delle riparazioni”. Nel frattempo, di fronte al fallimento dell’esperimento integrazionista, masse di persone provenienti ancora dall’Africa e non solo continuano ad approdare sul suolo europeo. Chi si oppone è tacciato di razzismo, ma di fronte a queste manifestazioni, che a prescindere dalle considerazioni sul duro colonialismo britannico, si nutrono proprio di razzismo e di un perdurante odio contro i nostri popoli, nessuno grida allo scandalo, nessuno suona l’allarme.

Emmanuel Raffaele



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