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Roma, 8 feb – Ad appena una settimana dal fulminante golpe militare che ha consegnato nelle mani del generale le redini della Birmania nelle aree abitate dalle minoranze etniche esplodono proteste ed echi di guerriglia.

Congelato l’esito delle seconde elezioni democratiche da oltre 70 anni e tratti in arresto la Lady Dem, Aung San Suu Kyi, e i suoi collaboratori più stretti, il paese è in stallo. A farne le spese, annuncia la Bbc, anche Sean Turnell, il professore australiano consigliere economico della deposta leader birmana. Già direttore del Myanmar Development Institute sui social aveva usato parole di ferma condanna per il golpe definito “straziante per l’economia”.

Cosa sta accadendo in Birmania

Letteralmente disconnessa per molte ore a causa del blocco alle reti internet imposto dalla giunta militare, dalla Birmania filtrano pochissime informazioni. In molte città i cittadini sarebbero scesi in strada per protestare contro l’inaccettabile colpo di mano che ha di fatto strappato la posticcia maschera di democrazia e rinnovamento che si era frettolosamente costruita con la liberazione e l’ascesa politica della Lady Aung San Suu Kyi.

Se, come sembra da indiscrezioni specializzate, la Cina dopo aver sponsorizzato il golpe, voglia navigare verso le tranquille acque di un apeacement con le forze etniche in guerra, la realtà sui confini e nelle black areas della guerriglia, dove i diritti umani sono sospesi dalla ragion di stato, presenta un quadro ben diverso.

 

I Karen: “Nessuna volontà di arrendersi”

Nella piccola ma strategica cittadina di Myawaddy, nevralgico punto d’accesso con la ricca Thailandia, centinaia di dimostranti sono scesi in strada urlando slogan di condanna contro i militari e rivolgendo alla polizia intervenuta l’invito ad abbandonare l’establishment e a schierarsi dalla parte del popolo. Colpi d’arma da fuoco si sono sentiti in queste ora in occasione del tentativo delle forze di sicurezza di disperdere i dimostranti che in loro soccorso hanno visto però arrivare numerosi pick up con sopra decine di soldati Karen armati di tutto punto prontamente intervenuti a tutela della popolazione per scongiurare epiloghi sanguinosi non nuovi nella storia della Birmania.

Il generale Nerdah Mya foto di Franco Nerozzi

Raggiunto pochi minuti fa al telefono da Franco Nerozzi, fondatore e coordinatore della onlus Popoli, il Generale Nerdah Mya, leader della Karen National Defence Organization a dichiarato: “La situazione è estremamente tesa, ma noi siamo pronti. Credo che il conflitto si intensificherà e che saremo in grado di mettere in difficoltà l’esercito birmano. Non c’è alcuna volontà di resa, nessuno spazio per una pace che non sia giusta e rispettosa della nostra autodeterminazione. Voglio ringraziarvi per quello che state facendo per noi. Ti prego di portare i miei saluti a tutti gli amici che in questi giorni e in tutti questi anni non ci hanno abbandonati. Spero di rivedervi presto a Kawthoolei” (come i Karen chiamano la loro nazione N.d.R.).

I Karen e la onlus Sol.Id.: un bellissimo video denuncia

Nelle sue numerose missioni umanitarie, accompagnando i medici italiani che ogni anno si recano nelle aree di conflitto e i volontari della onlus partner Sol.Id. Nerozzi è da anni anche il testimone delle atrocità commesse dai militari birmani in quella che unanimemente è stata riconosciuta come una spietata politica di pulizia etnica. Nelle stesse ore in cui arrivavano sui media occidentali le notizie dell’avvenuto golpe all’attenzione dell’opinione pubblica italiana era stato indirizzato un breve video di denuncia realizzato dal videomaker indipendente Filippo Castaldini, anch’esso da qualche anno presente nei territori della guerriglia Karen come coordinatore dei media della onlus Sol.Id.





“Ho voluto lanciare il mio messaggio d’allerta alla sonnolenta opinione pubblica italiana, assuefatta da mesi di dibattiti politici e valzer di poltrone. Non ci siamo accorti che una nazione con cui abbiamo anche rapporti commerciali è stata fatta oggetto d’azioni che l’Italia dovrebbe sanzionare immediatamente visti i continui richiami ai principi della nostra costituzione che i politici fanno. Ho interpretato questo mio piccolo ma significativo gesto come un segnale alla mobilitazione totale dell’etica, una rivoluzione che deve partire anzitutto dal nostro interno e che si sposa con l’interpretazione che faccio del mio mestiere, prescinde dall’esistenza individuale e deve impegnare la mia vita nel suo totale”.

Nelle immagini girate da Castaldini si ritrova un “realismo eroico” di un popolo semplice che semplicemente ha deciso di non arrendersi all’estinzione o ad una vita in fuga.

Alberto Palladino

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