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Minsk, 17 ago – Nelle elezioni tenutesi il 9 agosto, Aleksandr Lukashenko si è confermato per la sesta volta presidente della Bielorussia con l’80,08% dei voti. La rivale principale, Svetlana Tichanovskaja, è riuscita a raccogliere un consenso popolare che ha raggiunto solo il 10,09%. Come da scenario, l’opposizione ha subito denunciato brogli, per le strade sono cominciati disordini, la Tichanovskaja è andata in illustre esilio e, pur non spingendo la popolazione ad un’aperta rivolta, ritiene di essere la legittima vincitrice e richiede la trasmissione del potere. In osservanza delle dinamiche classiche dei colpi di Stato eterodiretti, le è stato dato il ruolo della vittima del regime di turno da scardinare.

Brogli o voglia di stabilità?

Possiamo, al momento attuale, formulare due ipotesi: la società bielorussa, memore dell’amara esperienza ucraina e non intenzionata a ripeterla, ha mostrato maturità e responsabilità politica in nome della stabilità. Da qui la schiacciante vittoria di Lukashenko. Oppure, effettivamente, ci sono stati dei brogli. Quest’ultima ipotesi, naturalmente, è stata di buon grado accolta dalla macchina occidentale (mediatica, accademica, politica ecc.) del consenso, che si è fatta forte del comunicato rilasciato dalla squadra elettorale della Tichanovskaja la sera del 9 agosto e dei disordini sorti a Minsk, Brest, Vitebsk e Mogilev. Si tratta, a nostro avviso, di un’ipotesi inconsistente, poiché non tiene conto né di quello che è stato fatto da Lukashenko per il proprio Paese, di cui è ininterrottamente alla guida dal 1994, né degli interessi delle forze che sostengono la «virtuosa opposizione».

La Bielorussia, che sino ad oggi ha saputo resistere alle lusinghe maidanite che hanno invece gettato l’Ucraina nella perdita quasi completa della sovranità nazionale, è il paese più stabile tra tutti gli stati dell’ex Unione Sovietica. Persino più stabile della Federazione Russa, poiché in Bielorussia non esiste il fenomeno dell’oligarcato, mentre in Russia gli oligarchi sono stati solo pacificati da Putin, ma non eliminati: questo significa che, in Bielorussia, l’imponente eredità produttiva dell’Unione Sovietica non è finita nelle mani di criminali e faccendieri, ma è rimasta sin dall’inizio sotto il controllo dello Stato per il bene della nazione. Inoltre, Lukashenko non ha permesso la privatizzazione dell’infrastruttura industriale nazionale a favore dei gruppi finanziari stranieri: come conseguenza, i prodotti bielorussi sono estremamente apprezzati nello spazio eurasiatico e, spesso, costituiscono delle eccellenze come la BelAZ («Impianti Automobilistici Bielorussi»), che controlla circa il 30% del mercato mondiale dei veicoli da trasporto e scavo.

I meriti di Lukashenko

Dopo le rovinose sanzioni statunitensi imposte a partire dal 2004, Lukashenko ha saputo creare una sapiente cooperazione con la Cina, che ha salvato il paese dalla catastrofe umanitaria. L’inflazione è stata ridotta ai minimi termini. Si fa di tutto per conservare imprese poco proficue per la logica di mercato turboliberale, poiché tale conservazione è profondamente conforme al principio di assistenza e solidarietà sociale su cui Lukashenko fonda il proprio potere. Mi sono limitato ad elencare i soli meriti riconosciuti persino dai suoi maggiori critici (Andrej Kazakevič, Vadim Iosub). In realtà, i meriti reali del «dittatore» sono molto più numerosi e permettono di legittimare una percentuale di gradimento elettorale così elevata e di non sospettare brogli di sorta.

Persino l’unico vero fallimento della presidenza di Lukashenko, vale a dire l’incapacità di stabilire dei rapporti sereni con Mosca, può essere visto come un merito: i rapporti si sono, infatti, incrinati per la volontà di Lukashenko di tutelare in maniera inflessibile gli interessi nazionali bielorussi, verso cui Mosca è, a dir poco, indifferente. Come vedremo, il dissidio tra Minsk e Mosca ha avuto ripercussioni importantissime sul drammatico sviluppo degli eventi successivi alle elezioni.

E’ corretto parlare di Maidan bielorusso?

Esaminiamo ora la stessa natura dei disordini per comprendere quanto abbia senso parlare di un «maidan bielorusso» orchestrato dai soliti noti. La protesta, infatti, non sembra avere un carattere centralizzato e ben organizzato, è priva di un «quartier generale fisso», a differenza dell’accampamento installato sulla Piazza dell’Indipendenza durante il colpo di Stato ucraino del 2014. Per questo motivo, molti opinionisti ritengono si tratti effettivamente di un fenomeno spontaneo. L’opposizione è interessata ovviamente a supportare simili opinioni, poiché sarebbe una prova indiretta di macchinazioni elettorali. Come sostiene Anna Krasulina, portavoce della Tichanovskaja: «Si sbaglia chi creda che queste proteste stiano venendo dirette da qualcuno (…). I manifestanti non hanno sponsor esterni. È una protesta assolutamente bielorussa, nazionale».

Non è affatto così: in realtà, sta venendo applicata la tecnologia degli «scattered riots», osservata negli scontri statunitensi degli ultimi mesi. Un maidan «mobile» che rende impossibile una sua pronta liquidazione e che dà l’impressione di proteste caotiche, «casuali». La massa dei rivoltosi è composta da giovani uomini ben addestrati ed abbigliati come professionisti della tensione (vestiti attillati che si prestano male alla presa durante gli scontri con le forze dell’ordine), molti di essi, in base ai dati raccolti dopo gli arresti, hanno un passato criminale oppure risiedono come emigranti in Polonia, che hanno lasciato poco prima delle elezioni. Non mi sembra che un contingente simile ricordi una comunità civile che esprima pacificamente il proprio malcontento politico, vediamo piuttosto le solite orde prezzolate usate in Venezuela, Siria, Ucraina, Usa e Bolivia.

Abbiamo anche l’immancabile «vittima sacrificale»: Aleksandr Tarajkovskij. Secondo la versione ufficiale, si è fatto inavvertitamente saltare in aria in Via Prityckij il 10 agosto con un ordigno esplosivo di sua fabbricazione. Anche gli sponsor esterni ci sono, eccome, a giudicare dall’esame delle forze estere che si sono attivate in difesa dei «valori democratici» infranti in Bielorussia. Vediamo quattro piste «classiche» (Varsavia, Berlino, Washington, la piovra sorosiana) ed una atipica (Mosca).

Chi sponsorizza le proteste?

1) La pista polacca. Nella notte del 9 agosto, dimostranti bielorussi insoddisfatti del voto hanno piantato tende maidanite presso l’ambasciata bielorussa a Varsavia. È un indizio importante. La Polonia è il paese che nutre le mire colonialiste maggiori ai danni della Bielorussia, che ritiene una terra storicamente appartenente alla Rzeczpospolita e dotata di un’infrastruttura industriale veramente appetibile. Il politologo A. Bredichin sostiene che i moti seguiti al 9 agosto siano stati preparati dai servizi segreti polacchi (non si dimentichi che il maidan ucraino del 2014 venne gestito operativamente da Varsavia e che molti partecipanti dei disordini di Minsk sono bielorussi da tempo emigrati in Polonia: nulla esclude che questi individui siano stati arruolati e preparati dai poteri di Varsavia). Inoltre, la maggiore piattaforma mediatica anti-Lukashenko, NEXTA, su cui si basa, tendenzialmente, tutta la macchina occidentale del consenso per illuminare i fatti bielorussi, è gestita da Stepan Putilo, un bielorusso residente in Polonia.

L’ipotesi di Bredichin viene confermata dalle pressioni del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, che ha incitato il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e la presidentessa della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen, a condurre un summit straordinario Ue per le gravi violenze esercitate sui cittadini bielorussi nel corso delle dimostrazioni. Summit che è stato tenuto il 14 agosto dai 27 ministri degli Esteri Ue e che ha sancito l’introduzione di ulteriori sanzioni contro la Bielorussia. O, più esattamente, contro determinate figure del governo bielorusso, che verranno scelte in base ad un criterio semplice: selezionare gli uomini della cerchia di Lukashenko meno disposti a sostenere danni materiali in nome del proprio presidente e, quindi, più disposti a tradirlo sotto simili pressioni. Come sostiene Morawiecki, la Polonia «risponde dei suoi vicini» e «deve mostrare solidarietà ed appoggio ai bielorussi nella loro tensione alla libertà». I civili furori di Makowiecki hanno trovato un pronto riscontro nella stampa polacca, che tramite la risorsa Belsat, nella notte del 9 agosto, ha fatto uscire il primo morto: Evgenij Zajčkin, trovato «purtroppo» vivo e vegeto, nella mattina del 10 agosto, dai giornalisti di vot.tak.ru. L’unica vittima è il già menzionato Tajrakovskij, della cui morte, tuttavia, i poteri ufficiali di Minsk non sembrano essere responsabili.

2) La pista tedesca. Una pista chiara, come la fu quella in Ucraina. Non paga della suprema azione civilizzatrice esercitata nei paesi mediterranei, la Germania avverte, insopprimibile e peristaltico, l’imperativo categorico del proprio Geist: nobilitare ed elevare il Mercato e i Crediti nel proprio spazio vitale orientale. E scippare la BelAZ, che fa tanto, ma tanto gola non solo a Varsavia, ma anche a Berlino. A tal riguardo, Steffen Seibert, rappresentante ufficiale del governo tedesco, afferma: «Nutriamo profondi dubbi sull’osservanza delle norme democratiche durante queste elezioni». Gli fa eco il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, che ha proposto, «alla luce degli eventi delle ultime settimane e degli ultimi giorni», di inasprire le sanzioni ai danni della Bielorussia. La signora Von Der Leyen ha benedetto il 14 agosto tali sanzioni.

Il coinvolgimento di questi due paesi è confermato anche dalla fuga di Svetlana Tichanovskaja (avvenuta la mattina dell’11 agosto) in Lituania, un paese funzionalmente dipendente da Germania e Polonia: la destinazione scelta dalla Tichanovskaja ne rivela i curatori.

3) La pista statunitense. Una presenza sottotono, senza distribuzione di dolcini e anfetamine né contatti continui tra facinorosi e l’ambasciata USA, come fu ai bei vecchi tempi di Kiev. Questo profilo dimesso va visto nell’ottica della politica estera di Trump, concentrato su un ricompattamento interno degli Stati Uniti. E nell’assenza, nel «Mare Bielorusso», della Crimea -l’unico vero fine supremo del maidan ucraino. Nonostante questo, il ruolo statunitense non va sottovalutato, poiché, in base alle dichiarazioni di Pompeo, formulate in Slovenia il 13 agosto, e del senatore democratico Robert Menendez, Washington è intenzionata ad imporre alla Bielorussia lo scenario più insidioso, quello venezuelano. Creazione di due centri di potere paralleli, con il fine di creare un’ingovernabilità funzionale che porterà necessariamente, alla fine, all’estromissione del vincitore ufficiale delle elezioni.

4) Piovra sorosiana. La Ong che ha in cura i torbidi bielorussi è la International Renaissance Foundation (IRF), fondata da Soros nel 1990 e di base a Kiev. Secondo la giornalista Svetlana Manekina, l’illustre ente filantropico ha stanziato per le proteste già 10 miliardi di dollari, di cui 3 per corrompere 30-35 commissioni elettorali a Minsk e in diversi centri distrettuali (proprio queste commissioni hanno dato i risultati falsati -sino al 90% di voti per la Tichanovskaja- che hanno permesso di promuovere la narrativa dei brogli). Il grosso delle risorse è riservato, tuttavia, a «stimolare» le fabbriche bielorusse, soprattutto la BelAZ, ad organizzare scioperi regolari e duraturi. La IRF si occupa anche di attivare a Minsk e nelle altre città maggiori bielorusse le nicchie privilegiate della piovra sorosiana: gli ambienti accademici (sempre affamati di grants ed avanzamenti di carriera, possibilmente in università anglofone), i giornalisti e i circoli femministi. Abbiamo così raccolte di firme e petizioni di accademici «profondamente indignati», clamorose defezioni di giornalisti di «regime» e azioni di propaganda contro Lukashenko (in questo si distingue particolarmente Natal’ja Bibikova, giornalista di «Belarus-3», di sicuro generosamente ricompensata per il suo tradimento), nonché la «Marcia delle Donne», che ha avuto luogo a Minsk il 13 agosto. Non si dimentichi, infatti, che fondamento concettuale dell’operato sorosiano è la Teoria Critica della Scuola di Francoforte, elaborata negli anni ’50-’60 del secolo scorso, che consiglia di condurre le rivoluzioni tramite cricche universitarie e donne: questi gruppi, agli occhi dell’opinione pubblica, dovrebbero avere un’autorità morale maggiore di quella degli uomini adulti preposti a difesa delle autorità costituite, naturalmente brutti, sporchi, cattivi, stupidi e corrotti.

Mosca, a sorpresa il quinto attore in scena

5) Mosca. Sino a poco tempo fa una delle alleate più strette di Minsk, la capitale della Federazione Russa si è trovata curiosamente tra gli architetti dei torbidi di questi giorni. Sebbene Vladimir Putin si sia congratulato con Lukashenko per la vittoria ottenuta (dopo Xi Jinping, naturalmente), Mosca sembra avere responsabilità persino maggiori degli attori che abbiamo menzionato ai punti precedenti. La Tichanovskaja, infatti, è solo un prestavolto di figure non ammesse alle elezioni, vale a dire il marito, il blogger Sergej Tichanovskij, il banchiere Viktor Babariko e l’uomo d’affari Valerij Cepkalo, che hanno legami con il capitale moscovita, non tanto con quello atlantista.

I mercenari della compagnia Wagner, arrestati a Minsk alla vigilia delle elezioni, sono stati utilizzati dal governo russo per scatenare la guerra civile nel Donbass e, quasi certamente, avevano ricevuto l’incarico di creare una situazione simile in Bielorussia. Sempre alla vigilia delle elezioni, il politologo Aleksandr Chaldej ha postato nel proprio blog il piano dettagliato delle operazioni eversive da seguire nel caso di una vittoria di Lukashenko: l’aspetto interessante è che Chaldej è un politologo estremamente fedele al governo russo, non certo un ideologo pro-atlantista. Con l’inspiegabile indifferenza delle autorità russe, gli attivisti di Otkrytaja Rossija, la creatura politica di Michail Chodorkovskij, sono stati fatti andare in Bielorussia per partecipare alle proteste. Infine, i giornalisti russi inviati ad osservare e commentare gli eventi bielorussi appartengono quasi prevalentemente a testate liberal-sorosiane come Dožd’, RBK e Meduza.

Vedo i responsabili di questo tradimento nei vertici del Cremlino che tengono sotto controllo il settore energetico-petrolifero (Gazprom, in poche parole), che non perdonano a Lukashenko non solo i suoi legami sempre più stretti con la Cina (che sta cercando alternative all’oleodotto siberiano Sila Sibiri), ma anche le recenti politiche energetiche del presidente bielorusso che, insoddisfatto delle condizioni contrattuali imposte da Mosca, ha deciso di importare petrolio statunitense tramite il porto lituano di Klajpeda. Le compagnie russe che inviavano il petrolio in Bielorussia non pagavano la tassa d’esporto. Ora, trovandosi nella necessità di orientarsi ad altri mercati, sono costrette a pagare tale tassa, con perdite immense. Si tratta di un rarissimo caso in cui gli interessi dei vertici di potere leali al Cremlino e quelli della quinta colonna russa fedele al blocco atlantista coincidono, e in questo il maidan bielorusso è veramente unico. Ecco, in brevi tratti, la «genuinità» delle proteste. Con buona pace della Krasulina.

Perché il maidan bielorusso è destinato a fallire

Nonostante l’immensa pressione sotto cui si trova ora Lukašenko, probabilmente il maidan bielorusso è destinato a fallire. Lo suggerisce, in primo luogo, la dinamica degli eventi: dopo i drammatici fatti del 9 e del 10 agosto, gli scontri si sono stabilizzati per diventare quasi nulli, senza la creazione di un «quartier generale» maidanita stabile. Il 16 agosto ha avuto luogo una dimostrazione in sostegno di Lukashenko. Che il maidan bielorusso non verrà realizzato è suggerito anche da una serie di cause funzionali.

A differenza dell’Ucraina, dove la piovra sorosiana e il blocco atlantista hanno foraggiato opposizione e derive armate russofobe sin dagli anni ’90 e dove, a partire dal 2004, è stato avviato un processo di dipendenza finanziaria definitiva dalla Ue e dagli Usa, la Bielorussia è sempre rimasta sotto il controllo ferreo di Lukashenko, che ha stabilito una solida alleanza con Russia e Cina e non ha permesso le ingerenze che hanno portato l’Ucraina alla rovina. Gli Usa e, tanto più, le potenze regionali europee, nonostante le loro velleità imperialiste, sono impotenti in Bielorussia, poiché non vi hanno vere leve di potere e di influenza. L’opposizione bielorussa, di conseguenza, è debole, poco compatta e male armata.

I soldi che la piovra sorosiana sta ora pompando febbrilmente per comprare gentiluomini e gentildonne del mondo accademico, mediatico, industriale e governativo giungono troppo tardi e non potranno alterare l’equilibrio delle forze. In quanto Gazprom ha già investito più di un miliardo di dollari per rendere la Bielorussia un proprio feudo. L’amministrazione Trump, a differenza delle forze della società liquida globalista, comprende perfettamente questo fatto, per questo non mostra l’attività che mostrarono i democratici in Ucraina nel 2014 e negli anni successivi.

Importantissimo è, quindi, per la Bielorussia non un accordo con l’Occidente, ma con Mosca, poiché da quest’ultima dipende l’esito di questo maidan. Se Lukashenko non concede a Mosca quello che vuole (basi militari, sfere di controllo economico, integrazione assoluta nella sfera eurasiatica, diminuzione dell’influenza cinese), Lukashenko cadrà. A favore di un pretendente che soddisfi sia il blocco atlantista che Gazprom. Cosa impossibile, naturalmente. Per questo, difficilmente Mosca permetterà un esito simile: sta piuttosto sfiancando il presidente bielorusso affinché capisca una volta per tutte con chi ha a che fare.

La telefonata tra Lukashenko e Putin

Il 15 agosto, a tal riguardo, si è rivelato una data importantissima, poiché gli eventi della giornata indicano che, quasi certamente, tale accordo ha avuto luogo: fonti attendibili riferiscono di una telefonata tra Lukashenko e Putin. Le conseguenze della telefonata si sono rivelate in serata: la Federazione Russa ha ordinato la cattura di Stepan Putilo e Valerij Cepkalo, che si rivelano, quindi, i veri ispiratori delle proteste bielorusse. Un provvedimento che non può essere sottovalutato da chi conosca bene la situazione. Cepkalo è fuggito in Polonia, dove ha annunciato la sua volontà di incontrarsi con «politici statunitensi seri». Quasi certamente, il Guaidò bielorusso sarà costui, non la Tichanovskaja, a cui verrà dato il toccante ruolo di «vittima sacrificale» (ad immolarla saranno i suoi stessi curatori) o, se lasciata in vita, di nobile corifea della «primavera bielorussa».

Gli agenti esterni più pericolosi, quindi, sono in fuga. Ricompatteranno le fila e troveranno nuovi curatori (soprattutto Cepkalo, sacrificato da Gazprom) per sferrare un nuovo attacco, ma siamo della convinzione che, per ora, Lukashenko ha vinto. Complici anche le provvidenziali mosse moscovite della sera del 15 agosto. Rimane un’ultima grande incognita: gli scioperi, che si stanno allargando a macchia d’olio e sono una conseguenza dell’operato di corruzione dell’IRF sorosiano. Per un’economia come quella bielorussia, che è fondata su una reale logica di produzione e non sulla dipendenza funzionale dal Fondo Monetario Internazionale, come nel caso ucraino, tali scioperi possono avere delle conseguenze gravi ed imprevedibili.

Marco Civitanova

5 Commenti

  1. Che articolo idiota, degno dei coglioni complottisti che compongono la redazione di questo pseudo-giornale.

    • Carissimo Ilic, le reazioni di individui come lei sono sempre una gratificazione suprema per il mio orgoglio professionale.
      Cordiali saluti,
      Marco.

    • Senti anticomplottista Ilic, ci spieghi come mai una altra repubblica Cis è passata da repubblica presidenziale a repubblica parlamentare senza che nemmeno il popolo se ne accorgesse? Tanto per fare un nome, Moldavia.

  2. congratulazioni🎊🍾ampio spettro geo-politico e primariamente segue la direttrice giusta..“l’odore dei soldi💰”..anche se l’agricola Polonia🇵🇱può aspirare a territori solo per procura..tedesca!
    Non capisco ..mi perdoni l’ingenuità Marco, se vorrà chiarirmi.. con quale autorità (giurisdizione) Mosca firmare/ordinare la cattura di Putil, Chepkal e Tichanovskaya .. se non sono cittadini russi?

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