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marRoma, 28 apr – Il ministro degli esteri Federica Mogherini ha annunciato due giorni fa, intervenendo in Senato, che per quanto riguarda i nostri Marò si apre una nuova fase che prevede la procedura internazionale. “Dopo due anni c’è ancora una divergenza sulla giurisdizione. Divergenza che ho potuto constatare anche all’Aja il 25 marzo scorso”, ha dichiarato il ministro Mogherini. Il governo italiano ha così inviato una nota alle autorità indiane lo scorso 18 aprile, nota che non ha ancora ricevuto una risposta da parte di New Delhi, appellandosi all’immunità funzionale dei due fucilieri di marina e chiedendo l’avvio di uno scambio di vedute sulla vicenda. “Siamo usciti dall’alveo bilaterale, per innalzare il contenzioso a livello internazionale: siamo ancora aperti a discutere con gli indiani ma non abbiamo altra via che ricorrere all’arbitrato internazionale”, ha poi specificato il ministro della difesa Roberta Pinotti.

Dopo oltre due anni di odissea giudiziaria e di provvedimenti quantomeno deboli da parte dei due governi che hanno preceduto l’attuale guidato dall’ex sindaco di Firenze, il nostro paese decide così di ricorrere ad una misura diplomatica alternativa che però appare assai discutibile. Vediamo perché.

Innanzi tutto, visto che le relazioni internazionali sono una scienza e non un’opinione come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, iniziamo col fare le pulci alla dichiarazione rilasciata dal ministro Pinotti: non si esce “dall’alveo bilaterale” per “innalzare un contenzioso a livello internazionale”, semmai si ricorre ad un’altra misura prevista dal diritto internazionale per risolvere un contenzioso che è già internazionale. Questa potrebbe apparire una precisazione superflua ma in realtà le parole hanno un significato e quelle del ministro della difesa implicano un’ammissione preoccupante: finora l’Italia non ha fatto leva sul diritto internazionale né sulla giurisdizione italiana accettando così, de facto e dichiarazioni estemporanee a parte, la competenza di quella indiana.

Posto però che si tratti di acqua passata, prendiamo in considerazione solo la volontà espressa dal ministro Pinotti di ricorre all’arbitrato internazionale. Nel campo del diritto internazionale l’arbitrato poggia quasi in tutti i casi sull’accordo tra le parti, accordo diretto a sottoporre la controversia ad un determinato giudice. Il fondamento della competenza di questo giudice è quindi pattizio, nel senso che entrambi gli Stati coinvolti devono accettare espressamente detta competenza a differenza del diritto statale dove la sottoposizione alla funzione giurisdizionale è imposta dalla legge. In pratica l’India può tranquillamente rifiutare di demandare le competenze sul caso Marò ad un giudice terzo asserendo che non esiste una controversia internazionale e che l’Italia poteva eventualmente invocarla prima.

Se l’India quindi rifiutasse l’accordo, o se addirittura evitasse di rispondere alla richiesta italiana, il nostro governo potrebbe però, come extrema ratio, attivare un ricorso unilaterale ad un giudice internazionale. A questo punto però le strade da percorrere per l’Italia sarebbero due: in primis il ricorso all’arbitrato previsto dal trattato UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) richiedendo l’istituzione di un Tribunale arbitrale ad hoc che però, stando all’Art. 283 UNCLOS, prima di essere istituito implica l’obbligo per le parti di comunicare e scambiare le proprie posizioni in merito all’esperimento di un negoziato o all’utilizzo di altri strumenti pacifici di risoluzione delle controversie internazionali.

Ammesso poi che la richiesta dell’Italia venisse accettata, il Tribunale può pronunciarsi sulla competenza giurisdizionale ma non direttamente sull’eventuale responsabilità penale dei nostri militari. Il governo italiano potrebbe ricorrere anche, e non quindi alternativamente, davanti alla CIG, la Convenzione di Vienna del 1961 sulle Relazioni Diplomatiche, attenendosi in particolare all’art. 1 del Protocollo Opzionale, che e l’Italia e l’India hanno ratificato. Soluzione che però può servire al massimo come pressione nei confronti del governo indiano.

In ogni caso, posto il tardivo ricorso agli specifici strumenti messi a disposizione dal diritto internazionale da parte dell’Italia, c’è un altro e purtroppo determinante problema: il fattore tempo. Se consideriamo la prassi, sono infatti necessari circa quattro anni per giungere alla conclusione di una procedura arbitrale. Nel frattempo i nostri Marò rimarrebbero alla mercé delle autorità indiane, e quindi di una loro eventuale sentenza.

Eugenio Palazzini

 

 

 

 

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1 commento

  1. A questo punto, insistiamo che un soldato non abbandona mai il compagno, quindi gli Indiani possono stare sicuri tenendone uno solo.
    Se una volta guarito Latorre darà il cambio a Girone, il mondo applaudirà il suo valore.

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