Roma, 25 giu – Alcuni analisti vi diranno che in Medioriente ci sono guerre tra sunniti e sciiti, tra cristiani e musulmani, altri vi racconteranno che la guerra si combatte tra etnie diverse, altri ancora sosterranno che i conflitti sono tra moderati ed estremisti, ma la verità è che in Medioriente i popoli non sono in lotta tra di loro, infatti i conflitti sono aizzati dalla strategia imperialista del divide et impera, pertanto i popoli lottano per la loro libertà, sovranità e indipendenza da ingerenze straniere e ideologie estranee e nemiche dei popoli e delle loro identità.

La conferenza in Bahrain del 25-26 luglio

Il 25 e 26 giugno il Bahrain ospiterà, con il sostegno degli Stati Uniti e degli altri Paesi del Golfo, una conferenza dove verranno presentati in specifico gli aspetti economici del “piano di pace”, ossia il famoso “affare del secolo”, elaborato dal genero di Trump, Jared Kushner, e l’altro suo consigliere Jason Greenblatt, per riportare, a detta loro, pace in Palestina, in particolare in Cisgiordania e a Gaza. In questa conferenza verranno presentati i progetti economici che dovranno essere “venduti” a potenziali acquirenti, tuttavia l’intero piano è visto con diffidenza dalla stessa Autorità Palestinese; Mahmoud Abbas ha affermato che non sono stati consultati, e il ministro della Finanza palestinese Shukri Bishara, rivolgendosi domenica alla Lega Araba riunita al Cairo, ha detto: “Non abbiamo bisogno che la riunione nel Bahrain costruisca il nostro paese, abbiamo bisogno di pace, e il risultato del piano, rinnovamento economico seguito da pace, è irrealistico e un’illusione”.

Anche le istituzioni e gli Stati che sostengono la causa palestinese non vedono di buon occhio il piano, perché ciò che fino ad ora Trump ha fatto (per esempio spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e riconoscere il Golan come parte di Israele) non è certo stato nell’interesse dei palestinesi e ha solo infiammato il conflitto. Il piano è invece ben visto dagli alleati degli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in primis, seguiti dai Paesi del Golfo, fra cui lo stesso Bahrain che ospita la conferenza, questo perché questi paesi sono regimi antidemocratici che temono l’insurrezione dei propri popoli (nello stesso Bahrain le manifestazioni del popolo sono sempre state represse nel sangue).

Trump pacifista?

È interessante come non siano pochi gli analisti che sostengono che la strategia di Trump sia diversa da quella dei suoi predecessori e che fino ad ora non abbia ancora incominciato alcun conflitto, tuttavia un osservatore attento sa che in realtà la strategia statunitense si era già avviata a una svolta nel periodo di presidenza di Obama, infatti in vari discorsi, tra cui quello tenuto presso l’Accademia Militare di West Point (28 maggio 2014), egli affermava che la prospettiva e la strategia degli Stati Uniti dovevano cambiare, sosteneva che molte iniziative militari dalla Seconda Guerra Mondiale in poi erano state intraprese senza prendere in considerazione le conseguenze e soprattutto i costi e quindi, tranne nei casi di minaccia diretta, gli Stati Uniti non dovranno agire da soli, bensì appoggiarsi ai loro alleati. È in questa ottica che si spiega l’appoggio statunitense ai miliziani in Siria, che continua anche sotto l’amministrazione Trump, e all’aggressione della coalizione a guida saudita contro lo Yemen. Appoggio che si realizza sia attraverso sostegno logistico che vendita di armamenti, quindi nel pieno interesse economico degli Stati Uniti, oltre a mantenere lo stato di caos nel Medioriente, così caro all’imperialismo anglosassone. Un altro vantaggio di questa politica in Medioriente è distrarre il popolo statunitense (ma anche quello europeo) dalla situazione di crisi economica e sociale imposta dal sistema mondialista e liberal-capitalista, finché si eleva lo spauracchio di un nemico esterno, perché preoccuparsi di quello interno? È interessante notare come questa politica sia pienamente appoggiata anche dai movimenti e partiti pseudo-sovranisti europei.

La situazione nel Golfo Persico

La Repubblica Islamica dell’Iran non ha mai cominciato una guerra, possiamo dire la stessa cosa degli Stati Uniti? Partendo da questa osservazione analizziamo quello che è successo nel Golfo Persico nelle ultime settimane.
Giovedì 20 giugno l’Iran annuncia di aver abbattuto un drone americano che aveva invaso lo spazio aereo iraniano, gli americani affermano che si trovava nello spazio internazionale, tuttavia i resti vengono recuperati nella acque territoriali iraniane e messi in mostra a Teheran il giorno successivo. Dopo gli incidenti delle ultime settimane nel Golfo Persico, tra cui quello delle petroliere settimana scorsa, contemporaneamente alla visita del Premier giapponese in Iran, la maggior parte degli analisti è sempre più convinta che si sia vicini a una escalation e un prossimo attacco diretto degli Stati Uniti all’Iran. In un altro articolo è già stato spiegato come gli iraniani siano del parere che questo attacco diretto non avverrà mai, e le considerazioni che abbiamo poc’anzi esposto sul cambiamento di strategia statunitense rafforzano questa visione.

Gli Stati Uniti si sono ritirati in modo unilaterale dall’accordo nucleare, hanno imposto nuove e più severe sanzioni all’Iran e, giustificandosi con una presunta “minaccia iraniana”, hanno rafforzato la loro presenza militare in Medioriente. Le sanzioni all’Iran si ripercuotono su tutte le dimensioni della quotidianità degli iraniani e colpiscono in particolare le classi media e indigente, soprattutto quello medico è il campo che subisce l’impatto più profondo e grave e certamente ciò dal punto di vista del diritto internazionale e del rispetto dei diritti umani è biasimevole, se poi aggiungiamo anche che le sanzioni sono di solito appoggiate da quelle istituzioni internazionali che criticano l’Iran e l’accusano di violare i diritti umani, il quadro è completo. Questo ancora una volta a dimostrazione del fatto che la comunità internazionale e la “religione del dirittoumanismo” non sono altro che un grande bluff a sostegno del’agenda mondialista e imperialista. Non sempre è necessario lanciare bombe per uccidere le persone, le sanzioni possono essere un’arma letale ben più efficace.
La strategia di tensione e pressione perpetrata dagli Stati Uniti nei confronti dei popoli liberi non solo non è nuova, ma nei confronti dell’Iran è stata sempre attuata, in particolare la “guerra delle petroliere” era già stata avviata circa vent’anni fa (Operation Earnest Will), quando gli statunitensi vollero imporre le proprie condizioni al processo di pace per mettere fine alla guerra imposta Iraq-Iran (che non stava andando come avevano previsto), e per fare ciò commisero uno dei crimini più atroci nei confronti del popolo iraniano, ossia l’abbattimento, il 3 luglio 1988, di un volo civile iraniano, uccidendo 290 civili. Allora l’Iran fu costretto a non reagire a questa provocazione, tuttavia i tempi sono cambiati, ora da un punto di vista strategico e militare l’Iran è molto più forte, l’abbattimento di uno dei più sofisticati e costosi droni americani (fonti affermano che ne esistessero solo due e che fosse un drone non intercettabile) dimostra ciò e conferma anche la determinazione dell’Iran a proteggere i propri confini e la propria indipendenza. Il Generale Amir Ali Hajizadeh, capo della divisione aerospaziale dei Guardiani della Rivoluzione, ha affermato che l’Iran ha la più grande collezione di droni statunitensi (abbattuti) nel mondo, per altro questi sono stati tutti abbattuti o “catturati” per mezzo di apparecchi militari prodotti in Iran, di cui nessuno conosce i dettagli tecnici precisi, da ciò si comprende perché Trump abbia stracciato il precedente accordo sul nucleare e tra le sue pretese per il nuovo accordo sia inclusa la possibilità di ispezionare anche i siti di rilevanza strategica.

Hanieh Tarkian

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