Roma, 16 dic – Assedio al governo di Tripoli. Chi in Europa ha pensato che fosse cosa fatta l’avvio di un percorso di stabilizzazione in Libia (vero Di Maio?), con tanto di democratica procedura elettorale, non ha fatto i conti con la realtà. E la realtà ci dice, non certo da ora, che nell’ex colonia italiana la situazione è più esplosiva che mai. Prova ne è quanto successo ieri, con milizie armate che hanno circondato i palazzi istituzionali a Tripoli. Stando a quanto riferito dalla stampa locale, la tensione è altissima a causa soprattutto della scelta del presidente Mohammed al Menfi di rimuovere il comandante supremo dell’esercito libico, Abdul Basit Marwan. Quest’ultimo è stato sostituito con Abdel Qader Mansour, comandante della zona militare della capitale.

Tripoli, assedio al governo

Si tratta però soltanto di una goccia che ha fatto traboccare un vaso di livore già colmo. Tanti, forse troppi per essere ignorati, contestano i passi attuati dal governo di Tripoli per giungere al voto. Le elezioni presidenziali, inizialmente previste per il prossimo 24 dicembre, non si terranno. Tutto rinviato, a data da destinarsi, ammesso che venga mai davvero stabilito un giorno.

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Ieri il comandante della Brigata Al Samoud, Salah Badi, ha detto che “non ci saranno elezioni presidenziali” in Libia, annunciando di voler chiudere tutte le istituzioni di Tripoli. Nella notte gruppi armati hanno circondato la strada che conduce al Consiglio presidenziale libico. Il comandante supremo al Menfi e i membri del Consiglio presidenziale sarebbero stati portati in un luogo sicuro, in seguito alle minacce dei miliziani che intendevano assaltare pure le loro case.

In Libia non si vota

Molto probabilmente, non si arriverà a una nuova guerra civile in campo aperto. Ma stando così le cose le elezioni auspicate dall’Occidente, già ampiamente problematiche, salteranno di continuo. L’Alta Commissione elettorale libica (Hnec), non a caso, alcuni giorni fa ha rinviato sine die la pubblicazione dell’intera lista dei candidati presidenziali, sostenendo di essere ancora alle prese con l’adozione di “una serie di misure”.

La verità è che non si trova lo straccio di un accordo sul voto tra chi controlla estese aree di una nazione spaccata in più parti. Un esempio su tutti: il rifiuto di Misurata di tenere elezioni presidenziali senza prima procedere a un referendum sulla Costituzione. Aspetto peraltro rimarcato ieri al consigliere speciale Onu in Libia, Stephanie Williams, che ha incontrato gli esponenti politici di Misurata.

Eugenio Palazzini

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