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Berlino, 28 apr – Sami A. ha 42 anni ed è un rifugiato tunisino in Germania. Arrivato a Berlino nel 1997 con un permesso per studio, trasformato in permesso di soggiorno temporaneo nel 1999, oggi riceve dallo Stato tedesco 1.168 euro di sussidio ogni mese. Vive a Bochum, sua moglie è tedesca e con lei ha avuto quattro figli tra i 4 e gli 11 anni.
Sembrerebbe una storia di immigrazione come tante altre, se non fosse che Sami A. è una ex guardia del corpo di Osama Bin Laden, e la sua “richiesta di asilo” è stata rifiutata dalla Germania che lo classifica come “un pericolo considerevole per la sicurezza pubblica”. Nonostante ciò il tribunale di Gelsenkirchen, supportato dalla testimonianza di Amnesty International, ha sempre respinto la tesi dello Stato secondo cui Sami A. sarebbe al sicuro dagli abusi in Tunisia, il suo Paese natale, e ne ha quindi bloccato il rimpatrio.
La domanda di asilo di Sami A. venne respinta fin dalla sua prima presentazione nel 2007 perché il tunisino venne considerato dalla autorità tedesche come un rischio per la sicurezza del Paese. Da allora ha dovuto presentarsi quotidianamente presso una stazione di polizia, ma il suo rientro in patria è stato rimandato per più di un decennio a causa del “pericolo di torture e abusi” a cui andrebbe incontro rientrando in Tunisia. I suoi avvocati hanno sostenuto con successo che chiunque sia sospettato di aver avuto o avere legami con organizzazioni militanti – specialmente al Qaeda – rimane a rischio di maltrattamenti nonostante i supposti “progressi” nel campo dei diritti umani registrati in Tunisia a partire dal 2011, e ora anche la Corte Suprema tedesca ha dato loro ragione.
Indagato per presunti collegamenti con al Qaeda nel 2006, Sami A. non è mai stato formalmente accusato per mancanza di prove, ma più di una testimonianza esposta nel corso del processo conferma che l’uomo sarebbe stato una delle guardie del corpo di Bin Laden in Afghanistan per diversi mesi nel 2000, meno di un anno prima degli attentati alle Torri Gemelle. Lui nega, ma gli stessi giudici di Düsseldorf hanno ritenuto credibile l’informazione.
Secondo il quotidiano tedesco WAZ, Sami A. avrebbe anche reclutato, negli anni passati, alcuni giovani musulmani nelle moschee di Bochum per unirsi alla “guerra santa”: tra questi Amid C. di 21 anni di Bochum e Halil S. di 28 anni della vicina Gelsenkirchen. Entrambi i giovani sono ora sotto processo a Düsseldorf, accusati di aver pianificato un attacco terroristico al fine di “diffondere paura e terrore in Germania”. Secondo quanto riferiscono i media, hanno ricevuto il loro addestramento ideologico proprio da Sami A. Circolava inoltre un video su Youtube che mostra Sami A. nell’atto di predicare quelli che sembrano insegnamenti piuttosto radicali: nella clip il salafita annuncia che i familiari che non hanno “la corretta fede” non sono da considerarsi membri della famiglia. Il video è però scomparso da internet lunedì scorso, in singolare coincidenza con l’esplosione dello scandalo, e YouTube si è limitato a pubblicare un messaggio che comunica la rimozione dell’elemento da parte dell’utente che lo aveva caricato.
Nulla sarebbe venuto alla luce, almeno in pubblico, se il partito AfD non avesse chiesto delucidazioni in merito a questo caso al Parlamento Regionale del Nord Reno-Westfalia, che si è così trovato a dover ammettere che un ex bodyguard di Bin Laden vive alle spalle dei contribuenti tedeschi. La notizia ha sollevato un polverone, tanto che Eckhardt Rehberg, membro dello stesso partito della cancelliera Angela Merkel e capo del bilancio della CDU, ha dichiarato: «La legge tedesca sull’asilo viene sfruttata senza vergogna: stiamo finanziando un terrorista con i soldi delle tasse… perché non dobbiamo espellerlo?». Se se lo chiede lui, possiamo immaginare che i cittadini tedeschi e più in generale quelli europei, abbiano il diritto di chiedersi perché le loro tasse debbano mantenere dei criminali?
Alice Battaglia

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