Roma, 11 ott – Avremmo pagato oro per vedere la faccia di Greta Thunberg e del suo seguito, alla notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2019 al primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed Ali, “per i suoi sforzi nel raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per le sue iniziative decisive per risolvere i conflitti lungo il confine con l’Eritrea”. Ali ha così strappato di mano il riconoscimento all’attivista svedese, che nei giorni scorsi era data nettamente per favorita, con la sua narrazione apocalittica fondata sul piagnisteo e il ricatto morale ambientalista.

Ed effettivamente questo premio è meritato. Il premier Etiope, eletto nel 2018, ha promosso la riappacificazione con l’Eritrea, sforzandosi di portare a termine il conflitto armato iniziato nel 1998 e rinunciando alle rivendicazioni territoriali nella zona di Badme. Ha sostenuto l’applicazione dell’accordo di pace promosso dalle Nazioni Unite nel 2000, che prevede la cessione di alcuni territori all’Eritrea, pattuendo con il dittatore eritreo Isaias Afewerki la riapertura delle rispettive ambasciate e la ripresa degli scambi commerciali, ristabilendo le rotte aerea diretta tra le capitali dei due Paesi e le linee telefoniche dirette – erano interrotte da circa 20 anni. Abiy Ahmed Ali nei primi cento giorni di governo, inoltre, ha rimesso in libertà migliaia di prigionieri politici e ha ammesso e denunciato l’uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza dello stato, destituendo dal loro incarico funzionari carcerari implicati in varie violazioni dei diritti umani.

Insomma quest’anno l’Accademia di Svezia ha voluto consegnare un Nobel per la Pace vero. Non uno di cartapesta come quello a Barack Obama, che, ricordiamo, durante il suo mandato ha iniziato e preso parte in una lista di conflitti lunga da qui alla Luna, con un tributo altissimo di vite umane (soprattutto civili, le famose “vittime collaterali”). Dalla Libia alla Siria, dall’Ucraina all’iraq, passando per gli interventi in Pakistan, Yemen, Afghanistan, Somalia, le primavere arabe e la cyberguerra con la Cina.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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