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Mayor of London Boris Johnson at a reception and dinner in New York hosted by the British Fashion Council to celebrate the creative talent shared between New York and Britain ahead of New York fashion week next week.

Washington, 23 apr – “Gli Stati Uniti sanno che la forza della vostra voce in Europa garantisce che l’Europa abbia un ruolo forte nel mondo, mantenendo l’Unione Europea aperta, rivolta all’esterno, e fortemente legata ai suoi alleati dall’altra parte dell’Atlantico. Quindi gli Stati Uniti e il mondo hanno bisogno che la vostra enorme influenza continui – e che continui all’interno dell’Europa”. Difficilmente il presidente degli Stati Uniti poteva essere più chiaro di così. Ecco perché Obama, nel suo appello sul Telegraph, ha confermato quello che noi, in diverse occasioni, abbiamo ricordato: il Regno Unito in Europa risponde ad interessi non europei ma americani. Ma, forse, se alla Casa Bianca non ci fosse stato un democratico, la reazione del sindaco di Londra Boris Johnson non sarebbe stata ugualmente “scomposta”, come hanno scritto molti giornali. Sta di fatto che la sua risposta è stata subito tacciata di razzismo, essendosi riferito al presidente statunitense definendolo “in parte keniota”. Una dichiarazione che i giornali e l’opposizione laburista hanno prontamente provveduto a strumentalizzare accusando senza mezzi termini il primo cittadino di Londra, che il prossimo 5 maggio si prepara a cedere il posto. “Nessuno ha saputo con certezza se il presidente fosse personalmente coinvolto nella decisione”, ha affermato Johnson, “alcuni dissero che era uno sgarbo alla Gran Bretagna, altri che era il simbolo dell’antipatia ancestrale del presidente in parte keniota per l’impero britannico, di cui Churchill fu un fervente difensore. Altri, infine, dissero che Churchill veniva considerato all’antica e fuori moda”.

Questa la frase incriminata, in cui il conservatore Johnson, che sta sfidando il premier Cameron facendo campagna pro-Brexit, ricorda un episodio risalente all’inizio della presidenza Obama, la cui veridicità sarebbe poi stata smentita ma alla quale molti hanno continuato a credere: Obama che, al ritorno da una visita nel Regno Unito, restituisce all’ambasciata inglese di Washington, il busto di Churchill appena ricevuto in omaggio. Ma, anziché mirare al nocciolo della questione, giornali ed opposizione hanno ovviamente optato per la consueta difesa del politicamente corretto, tirando fuori una questione di razzismo molto probabilmente inesistente, viste le origini oggettivamente allogene dell’inquilino della Casa Bianca e l’assenza di offese nel riferirsi ad esse. Una uscita che, invece, avrebbe potuto ampiamente essere attaccata poiché letteralmente poco “diplomatica” nonché politicamente poco rilevante che, peraltro, non fa certo bene alla causa di cui si fa promotore. Altri, come al solito, i punti centrali della questione rispetto a quelli evidenziati dai giornali. “Possiamo riprenderci il controllo dei nostri confini e dei nostri soldi e del nostro sistema di Governo? Si, possiamo”, ha infatti polemicamente – e facendo ironicamente riferimento proprio allo slogan della campagna elettorale di Obama “Yes, we can” – scritto Johnson in risposta alle parole del presidente Usa, in occasione della sua visita a Londra per il novantesimo compleanno della regina Elisabetta.

Gli Usa, secondo Johnson, sono giustamente molto gelosi della propria sovranità e non farebbero mai quello che, invece, chiedono di fare alla Gran Bretagna: “E’ un chiaro esempio del principio del “fai quello che dico ma non quello che faccio”, ha infatti affermato aggiungendo una nota più tecnica: “Come possiamo avere influenza nella commissione di Bruxelles, quando soltanto il 3,6% dei suoi membri viene dal nostro paese? Riuscite ad immaginare gli americani che affidano le loro trattative commerciali ad un organo composto soltanto per il 3,6% da americani? È un’idea ridicola”. Questioni, insomma, molto più rilevanti di quelle che, forse non involontariamente, giornali ed opposizione hanno messo in risalto. Ed ecco le reali motivazioni per cui Johnson ha definito l’appello che Obama ha forse inopportunamente lanciato come “incoerente, inconsistente ed assolutamente ipocrita”. Molto meglio parlare del principino George che accoglie la famiglia Obama in vestaglia che del “profondo interesse degli Stati Uniti” nella questione. Interessi che Obama non nasconde troppo: intelligence (vi abbiamo del resto già parlato del maxi-centro di intelligence che gli Usa preparano in Gran Bretagna per tenere sotto controllo l’Europa) e libero mercato, con riferimento esplicito al segretissimo trattato sul Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnrship) per facilitare ulteriormente l’entrata delle merci americane in Europa rendendo più “omogenei” i regolamenti.

Il mercato unico europeo, secondo Obama, è solo un episodio dell’apertura dei mercati europei ai produttori americani e che proprio la Gran Bretagna si metta di traverso non gli va giù. E per farlo non rinuncia ad inquadrare il tutto in una visione di certo retorica (dalla quale non manca lo spettro di una “aggressione russa”) ma molto chiara sulle basi di questa unione: “la nostra relazione speciale è stata forgiata dal sangue versato insieme sui campi di battaglia. Si è fortificata nella costruzione e nel sostegno all’architettura per una maggiore stabilità e prosperità in Europa, e ai nostri valori democratici in tutto il mondo. Dalle ceneri della guerra, quelli che ci hanno preceduto hanno avuto la lungimiranza di creare le istituzioni internazionali e le iniziative per mantenere una pace prosperosa: l’Onu e la Nato, Bretton Woods, il Piano Marshall, e l’Unione Europea”. Parole come pietre. Basta scegliere da che parte stare.

Emmanuel Raffaele

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