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Bruxelles, 22 mar – Le Ong verdi sono troppo bianche. E no, non è uno scherzo ma la seriosa analisi proposta da un movimento ecologista legato a The Burning Case Podcast. Le conclusioni, tanto per cambiare, sono che i militanti e gli esponenti di spicco della sensibilità ambientalista sono, per l’appunto, troppo bianchi.



Le Ong verdi messe in croce perché troppo bianche

Ed ecco, così, che le due autrici dell’analisi, le bianchissime Chloé Mikolajczak e Marianna Tuokkola, puntano il dito sulle associazioni varie della galassia ecologista. L’accusa è che queste Ong verdi «svolgono un ruolo chiave nell’influenzare le politiche, soprattutto in un momento in cui il clima e la crisi ambientale sono alcune delle massime priorità dell’Ue». Quindi, se in queste organizzazioni le minoranze razziali sono sottorappresentate, la lotta per una giustizia ambientale sarà dimidiata in partenza. Il problema, proseguono le due, è che le comunità non bianche – che a detta loro maggiormente sostengono il peso dell’inquinamento mondiale – finirebbero per non avere una partecipazione diretta al movimento della società civile direttamente impegnata nei temi connessi all’ambiente.

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Pochissima diversità

La rete Euractiv rimarca che alcuni studi finirebbero per dimostrare come l’impatto dell’inquinamento, abbia un ruolo preponderante nella rovina del Terzo Mondo e dei Paesi in via di sviluppo. Proprio per questo le comunità di colore, presenti sia nel nord del mondo sia nel meridione, dovrebbero avere maggiore voce in capitolo. Non limitandosi a un mero ruolo ancillare e servente, ma portandosi alla guida dei movimenti. Le ricercatrici hanno svolto un’indagine sul personale delle Ong verdi presenti a Bruxelles, dove esercitano politiche di pressione sui legislatori euro-unitari. Il risultato finale rappresenta un chiaro incubo per qualsiasi fanatico dell’inclusione e della diversità a senso unico, visto che di tutto il personale delle Ong verdi analizzate, una percentuale oscillante tra l’85 e il 100% è di razza caucasica. Poca, pochissima diversità, per gli standard del politicamente corretto attuale.

La campagna di sensibilizzazione

Le due ricercatrici hanno quindi concluso, dopo aver lanciato l’hashtag di sensibilizzazione #GreenBrusselsSoWhite, che «ogni organizzazione dovrebbe avere una politica antirazzista strategica e pubblica che affronti i processi interni come il reclutamento, ma anche eventi lavoro politico e comunicazioni. Aggiungendo subito dopo che «sebbene le Ong verdi di Bruxelles non abbiano il potere di cancellare il razzismo strutturale in Europa, possono contribuire a cambiare le cose». La proposta è che tutti gli aspetti del lavoro, interno e pubblico, vengano ristrutturati in una prospettiva «antirazzista, anticapitalista, antimperialista e anticoloniale». Insomma, il solito minestrone che confonde la parte per il tutto, e accusa di razzismo quelle Ong che in realtà sono, nella stragrande maggioranza dei casi, assolutamente votate alla causa progressista. D’altronde, forse dovrebbero ricordarlo anche le due severe ricercatrici prestate al moralismo censorio, anche loro due sono bianche.

Cristina Gauri

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