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Los Angeles, 25 feb – Da red carpet a black carpet. Anche quest’anno, nessuna sorpresa all’Academy Award: il talento, il merito e l’inventiva con la notte degli Oscar ormai hanno poco a che spartire. Dall’edizione del 2016, – anno della campagna elettorale che vide poi l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti – la cerimonia della premiazione è sempre più volta all’adesione ad una vera e propria agenda politica, declinata secondo i dettami dell’immigrazionismo, del politicamente corretto, dell’inclusione e del lgbt-friendly: il tutto a detrimento dell’arte e del vero merito. Tutto iniziò nel 2016 quando, sotto ricatto morale da parte del mondo liberal, la Film Academy fu costretta ad annunciare la riforma delle “quote etniche”: “Entro il 2020 raddoppieremo la presenza delle donne e delle minoranze tra i nostri membri”. Poi venne il 2017, quando vinse Moonlight, storia di un afroamericano gay, battendo al fotofinish il “bianchissimo” La La Land; e venne dato il premio come miglior cortometraggio all’oltraggioso film anti-Assad White Helmets. In quell’edizione tutti gli attori fecero a gara nel pronunciarsi contro Trump. L’anno scorso, in pieno scandalo Weinstein, la serata si strutturò secondo i paradigmi del #metoo, con il conduttore Jimmy Fallon che disse, indicando una statuetta Oscar: “E’ l’uomo perfetto: tiene le mani dove le puoi vedere, non dice mai parolacce, e, cosa più importante, non ha un pene”. 

Il trionfo di Green Book

Insomma, ieri ce lo aspettavamo tutti, di assistere all’ennesima premiazione di tutto quello che è esaltato dall’establishment, e così è stato: un vero e proprio tripudio di premi “black”, antirazzisti, anti-muro, anti-tutto. A partire dal riconoscimento per il miglior film a Green Book che si è lasciato dietro Roma, il quale si è dovuto accontentare di miglior regia, fotografia, miglior film in lingua straniera. Green Book, pellicola sull’America profonda e razzista degli anni Sessanta, si porta a casa anche la migliore sceneggiatura originale e il miglior attore non protagonista, Mahershala Ali, che bissa l’Oscar già ottenuto per Moonlight. Un cane che si morde la coda, insomma.

Il prevedibile Oscar a Malek

L’Oscar – prevedibile, per carità – come miglior attore al figlio di immigrati egiziani Rami Malek di Bohemian Rhapsody lascia ignominosamente a bocca asciutta i bianchissimi Viggo Mortensen e Christian Bale“Sono il figlio di immigrati egiziani, americano di seconda generazione, non ero la scelta più ovvia ma a quanto pare ha funzionato”. Non era la scelta più ovvia? Anche umorista oltre che attore, questo Rami Malek.

I soliti proclami politici

Per Black Panther, il primo, sopravvalutatissimo, film su un supereroe nero, tre statuette per costumi, scenografia e colonna sonora, – anche perché altro non si poteva premiare di quel film. Con un solo osannatissimo Oscar – per la sceneggiatura non originale di Blackkklansman, storia di un infiltrato afroamericano nel Ku KluX Klan -, Spike Lee è stato il vero trascinatore politico della kermesse, che non ha mancato di fornire la propria indicazione di voto per le presidenziali 2020: “Le elezioni 2020 sono dietro l’angolo, ricordiamocelo, possiamo fare una scelta di amore e non di odio“. Un’indicazione che ci fa sollevare gli occhi al cielo come quel meme di Robert Downey Junior, soprattutto se pensiamo che l’alternativa a Trump potrebbe essere ancora la Clinton. Il regista ha poi ringraziato la nonna “che era stata una schiava. Rendo omaggio a lei e ai nostri antenati, grazie al loro sacrificio siamo qui, grazie per aver costruito il Paese e sopportato il genocidio dei nativi”. “Nessun paese può costruire muri e porre barriere” ha affermato, parlando in spagnolo, Xavier Bardem, introducendo il premio al miglior film straniero andato a Roma. E gli anglofoni muti. Cuaron, salendo sul palco, ha rincarato: “Sono cresciuto vedendo film stranieri – ha detto il regista messicano – Siamo tutti parte della stessa emozione, tutti parte dello stesso oceano“. Emozioni, oceani di amore, volemose bene, e poi sarebbero i conservatori e i repubblicani a parlare “alla pancia del Paese”.

Cristina Gauri

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