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Raqqa o Deir ez Zor: dopo Palmira, dove punterà adesso l’esercito di Siria?

Damasco, 28 mar – Duecento chilometri separano la liberata Palmira da Deir ez Zor, capoluogo dell’omonima provincia al confine fra Siria e Iraq, che da due anni resiste a un durissimo assedio dei miliziani dell’Isis. La stessa distanza divide Palmira dalla “capitale” dello Stato Islamico, Raqqa. E’ ipotizzabile che il prossimo imminente bersaglio della riscossa dell’Esercito Arabo Siriano sia la cittadina di Al Sukhna, poche decine di chilometri a est di Palmira, località su cui avrebbero ripiegato le bande del califfato appena sconfitte. Dopodichè, solo il deserto separerà i Falchi, le Tigri e i reparti alleati di Hezbollah dalle due città. Con l’obbligo di sceglierne una, risultando difficile immaginare un attacco simultaneo su entrambi i fronti.



Se da un lato il cameratismo dei soldati potrebbe suggerire di puntare ad est, verso i fratelli di Deir ez Zor, che resistono eroicamente ai continui attacchi del Califfato, dall’altro la ragion di stato indicherebbe l’assalto a Raqqa come priorità politica assoluta di Damasco. Ci sono tuttavia due elementi che potrebbero privilegiare la prima mossa: prendere Deir ez Zor significherebbe spaccare letteralmente in due il territorio in mano ad Al Baghdadi, isolando i suoi reparti siriani da quelli iracheni. Il secondo elemento – che andrebbe però valutato attentamente – riguarda il ruolo dei Curdi di Siria che, in alleanza con le Forze Democratiche Siriane (un gruppo di opposizione che ha “addolcito” le sue posizioni verso il Regime di Assad, tanto da essere additato come traditore da altri gruppi dell’opposizione al legittimo governo siriano), sta tenendo impegnato l’Isis sul fronte settentrionale. In questo quadro, l’esercito siriano avrebbe tutto il tempo di liberare Deir ez Zor e di lanciare in un secondo tempo i suoi migliori reparti verso Raqqa.

E in effetti poche settimane fa, poco prima che entrasse in scena il cessate il fuoco – che sembrava un “affare” per l’affannata opposizione e che invece ha permesso all’Esercito di concentrarsi nella lotta all’Isis, raccogliendo un preziosissimo consenso internazionale – si ventilava l’ipotesi di un attacco a Raqqa a partire dalle posizioni appena conquistate ad Aleppo e, più a sud, nei pressi di Ithriyah. Era la cosiddetta “corsa per Raqqa”, scenario all’epoca credibile, quando si immaginava un’invasione turco-saudita da nord, ma poi superato dagli eventi, e cioè dallo stesso cessate il fuoco.

Il cambio di strategia dello Stato Maggiore Siriano ha portato così alla liberazione di Palmira, e permette ora ai generali di Damasco diverse opzioni tattiche. Il problema potrebbe stare nell’ambiguità dei Curdi, che dopo aver di fatto aiutato l’esercito nella battaglia di Aleppo, hanno iniziato ad avanzare pretese di autodeterminazione non accettabili dal Governo, che quindi sarebbe avvantaggiato dalle schermaglie fra l’Ypg e l’Isis, ma non vedrebbe di buon occhio una eventuale conquista curda di Raqqa, magari con il supporto statunitense. In realtà, nell’entourage presidenziale sanno benissimo che l’iniziativa curda metterebbe in grave crisi soprattutto la Turchia, che si ritroverebbe un embrione di Stato Curdo sulla porta di casa, a cento chilometri da Diyarbakir, “capitale” del Kurdistan turco. Il peggiore incubo di Erdogan. Ma sanno anche, a Damasco, che iniziare un processo di federalizzazione della Siria in questa fase di guerra aprirebbe scenari che potrebbero vanificare i cinque anni di resistenza e riscossa delle forze lealiste.

Il dubbio, pertanto, riguarda le possibilità che hanno i Curdi di attaccare decisamente il cuore dello Stato Islamico. Se Assad ritiene che questo scenario sia realistico, ordinerà di marciare su Raqqa, a costo di correre il rischio di sacrificare i suoi uomini di Deir ez Zor, perchè prendere Raqqa gli permetterebbe di presentarsi come il difensore della civiltà, e per l’Occidente sarà difficile non scendere a patti con lui. Se invece a Damasco riterranno di avere più tempo a disposizione, punteranno a est, spezzeranno l’assedio di Deir ez Zor, divideranno in due lo Stato Islamico (approfittando anche della possibile operazione militare irachena che punta a liberare Mosul), e a quel punto potranno dedicarsi a riprendere Raqqa, condannando a morte lo Stato Islamico, e relegando Al Bagdadi a comandare in modo effimero qualche sacca di resistenza jihadista. Per poi ripulire il Paese anche da quelle sacche. Sempre che il governo di Assad non abbia in serbo qualche altra sorpresa, beffando il nemico come ha fatto in queste settimane in cui l’Isis ha rafforzato le difese attorno alla sua “capitale”, venendo invece colpito molto più a sud, in una delle città simbolo della martoriata Siria.

Mattia Pase

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