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pena di morteRoma, 6 apr – Sono state 1.634 le esecuzioni applicate nel mondo nel 2015. Un aumento di oltre il 50% rispetto all’anno precedente nonché la cifra più alta registrata da Amnesty International dal 1989. Arabia Saudita, Pakistan e Iran da sole sono responsabili dell’89% delle esecuzioni. Questi i dati messi in evidenza nel rapporto annuale dell’organizzazione umanitaria che però non include la Cina che deterrebbe il record delle esecuzioni. La pena di morte nel paese del Dragone resta ancora una pratica avvolta dalla più totale segretezza rendendo difficile verificarne il numero esatto. Stando ad una presunta stima si arriverebbe così a toccare la cifra di 4.000 esecuzioni in tutto il mondo. Cina, Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti: questi i primi cinque paesi per numero di condanne a morte.



Entrando nel dettaglio scopriamo che in Arabia Saudita sono state almeno 158 le esecuzioni. Un incremento del 76% rispetto al 2014. Qui la pena di morte nella maggior parte dei casi viene applicata con la pratica della decapitazione, ma sono stati usati anche plotoni di esecuzione. In alcuni episodi i corpi sono stati esposti al pubblico.
In Pakistan sono oltre 320 le persone mandate al patibolo nel 2015, mentre in Iran si sono registrate 977 esecuzioni capitali, la maggior parte per crimini legati a detenzione e spaccio di stupefacenti. Importanti aumenti si sono registrati anche in Egitto e Somalia.

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Nel mondo dunque aumenta il lavoro per i boia, e aumentano anche i paesi che adottano la pena capitale. Sei sono le nazioni che l’hanno ripresa contro quattro che l’hanno abolita. Nell’area asiatica gli incrementi più importanti. PakistanBangladesh, India e Indonesia in cima alla classifica.
Negli USA, sebbene siano stati 18 gli stati che si sono prodigati per cancellare la pena di morte di morte dal codice penale, si sono registrate 28 esecuzioni. Un dato che dovrebbe far riflettere circa chi si autoproclama difensore dei diritti umani.
In Europa soltanto la Bielorussia mantiene la pena capitale come massima condanna. Nel 2015 non si sono registrate esecuzioni, ma due persone sono state condannate.
Nell’Africa sub-sahariana il Ciad ha reintrodotto la pena di morte dopo oltre dodici anni condannando 10 presunti membri di Boko Haram davanti a un plotone di esecuzione in agosto.

Il Re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, quando lo scorso novembre ha incontrato il Primo Ministro italiano Matteo Renzi

In moltissimi paesi dove si procede con la pena di morte i processi non hanno risposto agli standard internazionali. Per Amnesty International, in Arabia Saudita, Cina, Bahrein, Iraq, Iran e Corea del Nord si è proceduto con estorsioni di confessioni attraverso la tortura o altri maltrattamenti.

Il report annuale della nota Ong con sede a Londra risulta interessante non tanto per evidenziare una pratica, quella legata alla massima pena, che il buonismo di facciata vorrebbe abolire a livello planetario, ma per enucleare dati attendibili che altrimenti farebbero fatica ad essere visibili permanentemente. La comunità internazionale, che altro sarebbe se non il consesso dei potentati che dominano l’occidente, ringhia contro Assad ma cammina mano nella mano con chi si è macchiato dei peggiori crimini contro quella carta dei diritti dell’uomo che tanto viene sbandierata da Obama e i suoi sodali.

Giuseppe Maneggio

 

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4 Commenti

  1. Ottimo articolo!! Un solo commento con le parole di Solženicyn, secondo cui la violenza e la menzogna camminano sempre insieme. E ancora con le parole dello scrittore, il settantanovenne azero Akram Aylisli: la violenza non è solo quella degli atti terroristici che pure suscitano in noi una forte angoscia, ma è qualcosa che “penetra di nascosto nella coscienza, deturpa i nostri cuori, uccide la fede nel bene e nella giustizia, ci rende impotenti di fronte all’ignoranza ed all’oscurantismo, confonde impietosamente il bene con il male”.

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