Roma, 6 apr – Nel diritto internazionale si dà ampio spazio alla diplomazia preventiva, nobile e sottile arte del trattare al fine di evitare l’esacerbarsi dei conflitti con una gamma di strumenti istituzionali. Complesso di attività, a volte oscure, per attenuare lo scontro e infine giungere alla soluzione pacifica delle controversie. Tre parole d’ordine animano l’arte del trattare: equilibrio, avvedutezza, ponderatezza. Confuse spesso col mero compromesso, incapace di fornire risposte soddisfacenti alle richieste primarie di ogni parte in causa. E’ un classico abbaglio dettato da superficialità analitica, sintesi cieca di chi è refrattario a leggere in profondità giochi e dinamiche che animano le mosse dell’avversario. Colpisce allora, senza stupire (considerata l’agenda adottata sin qua), la decisione Ue di provvedere alla cacciata di decine di diplomatici russi.

Diplomatici russi, la scelta italiana

In tal senso il governo italiano si è mostrato particolarmente zelante, provvedendo all’espulsione di 30 rappresentanti di Mosca. “Tale misura, assunta in accordo con altri partner europei e atlantici, si è resa necessaria per ragioni legate alla nostra sicurezza nazionale, nel contesto della situazione attuale di crisi conseguente all’ingiustificata aggressione all’Ucraina da parte della Federazione Russa”, ha detto ieri il ministro Luigi Di Maio, annunciando la scelta italiana, poi rimarcata con analoghe parole dal premier Mario Draghi. In sostanza si afferma implicitamente che i diplomatici russi sono stati allontanati dal territorio Ue perché sospettati di essere “spie” del Cremlino. Strano tentativo di svelare il segreto di Pulcinella, allorché qualunque sede diplomatica è allo stesso tempo – e da sempre – casa dell’intelligence. Non è certo la Russia, pur assai sfacciata e insistente in questa pratica, ad essere un’eccezione.

L’errore strategico

In realtà si agisce adesso per rafforzare la pressione nei confronti della Russia e di Vladimir Putin. La mossa, unita alle sanzioni e all’invio di armi all’Ucraina, dovrebbe insomma servire a mettere ancor di più all’angolo Mosca. Legittimo, ma incauto. Perché il rischio è di ottenere l’effetto contrario. La Russia ripagherà con la stessa moneta (caccerà quindi alcuni diplomatici europei), ma soprattutto potrebbe convincersi di non avere altre carte da giocare se non quelle del conflitto in campo aperto. Un conflitto dunque che non si traduce soltanto con il proseguimento della guerra in Ucraina, ma anche con azioni di “sabotaggio” a più livelli. Dalla cosiddetta cyberwar alle ritorsioni economiche incrociate, passando per la “disinformatia” di sovietica memoria.

Beninteso, sono tutte armi non tangibili che utilizza ogni attore internazionale, anche in questo caso la Russia non rappresenta un unicum. Il problema vero è che così la strada verso il negoziato concreto viene disseminata di bombe esplosive, in un allarmante quanto obnubilante tentativo di tagliare i ponti per poi paradossalmente invocare la distensione. Si irrita l’avversario, spingendolo ad azioni pericolose che potrebbero far saltare il banco già traballante. Al solito viene da chiedersi: cui prodest? Inflazionato ma sempre necessario interrogativo. Difficile pensare che all’Europa convenga davvero questo modus operandi, più facile sospettare che sia utile a Washington, ben più interessata alla prosecuzione del conflitto. Cosa serve allora? Evitare condizionamenti – da ambo le parti – e adottare più strategia indipendente, per essere Europa davvero.

Eugenio Palazzini

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1 commento

  1. Sarà anche un errore strategico, ma fa parte della liturgia di queste situazioni.
    Esattamente come le sanzioni, che però mi preoccupano maggiormente, specialmente se dovessero arrivare al gas.

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