Roma, 19 gen – Come è ampiamente acquisito, nel contesto della politica estera, i  contratti per lo sfruttamento delle risorse naturali – ed in particolare del petrolio – sono stati spesso fonte di conflitto in alcuni Paesi africani. La Repubblica Centrafricana, ricca anche di altre risorse naturali, non è sfuggita a questa regola.



Quattro milioni di abitanti con una superficie di 623mila km², si trova nell’Africa centrale e confina con Camerun, Ciad, Congo, Repubblica Democratica del Congo e Sudan. L’esplorazione petrolifera centro-africana è iniziata nel 1973 ed è stata effettuata dalla società statunitense Conoco su 14.700 km² nel bacino Doseo e Salamat. Secondo i risultati dei lavori, il 50% dell’area aveva un potenziale stimato di 10 miliardi di barili. Questo deposito si trova nella zona di confine con il Ciad a nord della Repubblica Centrafricana. L’instabilità politica interna è stata anche determinata sia dalla presenza francese – il presidente Bokassa fu deposto da Parigi nel 1979 – che dalla presenza della società petrolifera Conoco che si ritirò nel 1985.

Dopo che il presidente Ange Félix Patasse prese il potere a seguito delle elezioni del 1993, offrirà nel 1999 ad una società americana di proprietà di Greenberg il permesso di prospezione che copre un’area di 55mila km² per una somma di 10 milioni di dollari acquistando anche lo studio di fattibilità fatto dalla stessa Conoco. Benché ciò rappresentasse una grande opportunità per Greenberg, il fatto di essere solo un broker gli impedì di avere le risorse per esplorare e sfruttare questo deposito. Nel 2012 il presidente Bozize ha deciso di congelare questo contratto consentendo allo Stato centro-africano di recuperare  questo blocco. Tuttavia nel 2013 una insurrezione, forse organizzata proprio da Greenberg, ha rovesciato il presidente con l’arrivo della coalizione delle forze ribelli conosciute come Seleka o Unione, che comprende l’Unione delle Forze Democratiche per l’Unità (UFDR), la Congregazione dei patrioti per la giustizia e la pace (CPJP), l’Unione patriottica per salvare il paese (CPSK) ed è sostenuta dal Fronte Democratico del Popolo Centrafricano (FDPC) e dal gruppo ciadiano Fronte Popolare per la ripresa (FPR).

Se è indubbio che sia il governo transalpino che le multinazionali francesi – come Total e Areva – hanno avuto un ruolo determinate a livello politico ed economico fin dal 1965, è altrettanto certo che la situazione di instabilità politica oramai divenuta permanente costituisce un vantaggio per le compagnie petrolifere rivali come quelle cinesi. Non a caso il presidente Bozize ha deciso di vendere parte di questo blocco di 24mila km² quadrati su 55mila km² a due società cinesi spiazzando la Total. Dopo il ripristino della democrazia e dopo l’elezione dell’attuale presidente Touadera, le due società cinesi PTI-IAS e PTI-AL stanno riprendendo le loro attività, società cinesi che hanno stimato il potenziale delle riserve intorno ai 70 miliardi di barili.

In ultima analisi, l’assenza di una sovranità politica ed economica della Repubblica Centrafricana fin dai tempi della guerra fredda (che fu invece conseguita in Libia da Gheddafi) e l’esistenza di governi fantocci, ha consentito – e consente – sia alle multinazionali europee (nello specifico quelle francesi) che americane e cinesi di appropriarsi delle materie prime a proprio vantaggio in un’ottica di spietata guerra economica.

Giuseppe Gagliano

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