Riad, 1 lug – In questi giorni diverse fonti giornalistiche riportano di un incontro segreto in Giordania tra Netanayahu e il Principe Saudita Bin Salman. Nel passato recente ci sono stati altri incontri ad alti livelli tra queste nazioni con un passato di tensione, ma ora avvicinate per comuni interessi geopolitici; tuttavia in questo caso si tratta di incontro inedito perchè coinvolge i massimi livelli dei due Stati. Necessariamente precursore di grandi cambiamenti e segnale di un rapporto che viene ritenuto reciprocamente importante.
E’ noto che l’Arabia Saudita stia cercando di ritagliarsi un proprio spazio geopolitico nello scacchiere diplomatico mondiale, aiutata dagli Usa che, tramite Trump, hanno lasciato intendere che saranno sempre meno disposti ad intervenire direttamente per tutelarne gli interessi (spesso costosi). Israele a propria volta vedrebbe nel riconoscimento Saudita un enorme aiuto nel rapporto futuro con grande parte del mondo arabo.
Inutile ricordare quanto, per differenti motivi, l’odio per l’Iran unisca i due attori e l’insediamento di Trump (che a propria volta pare non avere particolari preoccupazioni ad avere buoni rapporti con Teheran) ha creato le condizioni ideali affinchè questa convergenza di interessi diventi qualcosa di più stabile o addirittura formalizzato.
Le indiscrezioni apparse sui vari giornali in merito all’oggetto dell’incontro spaziano, un po’ per deduzione ed un po’ per indiscrezioni, sul ruolo futuro che l’Arabia Saudita potrebbe giocare nella questione palestinese, sull’ufficializzazione di rapporti diplomatici tra i due paesi, ma è probabile a nostro avviso che l’Iran sia stato il principale punto trattato. Un Iran che a livello di politica internazionale, nonostante gli sforzi dei propri avversari, ha effettivamente rafforzato la propria posizione rispetto agli anni passati: ha ben gestito la crisi siriana, la questione Isis, ha rafforzato i rapporti anche economici con la Cina e con la Russia, riesce ad influenzare lo scenario Yemenita che è diventato un incubo per i sauditi (perlomeno dal punto di vista costi/benefici). Lo stesso Iran però ha mostrato debolezze sul piano del consenso interno soprattutto legate ad una situazione economica stagnante che, non a caso, rischia di peggiorare se Trump riuscirà ad ottenere quell’abbassamento del prezzo del petrolio che ha recentemente chiesto all’Opec.
Per anni l’establishmet Usa ha parlato di “regime change” tramite think tank, giornalisti, opinionisti, lobbysti: una scelta mai percorsa per le infinite variabili giudicate troppo imprevedibili, tuttavia possiamo aspettarci che questo incontro sia prodromico ad un aumento della pressione sull’Iran nei prossimi mesi con tutti gli strumenti che abbiamo già visto nei recenti scenari di “guerra ibrida”. Non solo la costruzione di ostacoli economici (come il maggior aumento della produzione petrolifera tramite l’Opec), ma anche l’appoggio più o meno esterno a rivolte di piazza, “rivoluzioni colorate”, movimenti politici armati come i Mujaheddin del Popolo sono tutte eventualità che non vanno escluse in merito a quel che può accadere se gli interessi di Arabia Saudita, Israele e USA si saldassero stabilmente attorno a Teheran.
Guido Taietti

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