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Torino, 1 lug – Comdata Group, multinazionale dei call center operante nel settore dell’assistenza clienti, ha annunciato la chiusura di due siti: uno a Padova e l’altro a Pozzuoli. Sono 264 i dipendenti che rischiano il posto di lavoro: sessanta nella sede puteolana e circa duecento in quella veneta. Le trattative sono in corso, ma la distanza tra le due posizioni sembra incolmabile. L’azienda per evitare il licenziamento offre (si fa per dire) un anno di contratto di solidarietà (60% dello stipendio). I sindacati respingono la proposta e continuano la mobilitazione, almeno fino a martedì prossimo quando avverrà l’incontro presso il ministero dello Sviluppo Economico. Gli impiegati della sede padovana, però, hanno una chance in più: possono chiedere il trasferimento nella sede di Milano che è in via di espansione. Comdata, infatti, non è per niente in crisi: nel 2017 ha fatturato 790 milioni di euro, di cui 312 milioni in Italia impiegando oltre diecimila lavoratori distribuiti in diciannove sedi. Stiamo parlando di una multinazionale in piena espansione che grazie a nuove acquisizioni oggi conta 49.000 dipendenti in tutto il mondo. La crescita della sede meneghina è dovuta secondo i sindacati alla gestione della commessa Iliad, la società francese di telefonia appena sbarcata in Italia.
A questo punto è lecito chiedersi il motivo di questi esuberi. Secondo la dirigenza i siti vanno chiusi perché “il costo del lavoro, sproporzionato rispetto alle commesse rimaste e al fatturato generato, congiuntamente al ridotto dimensionamento, non permette più la copertura dei costi fissi di gestione della struttura”. Il ridimensionamento della commessa Tim ha portato a un calo dei volumi di chiamate e ci sono 363 addetti in cassa integrazione a zero ore che dovrebbero riprendere l’attività una volta spostata la commessa da Padova. Il ragionamento potrebbe essere valido se stessimo parlando di una catena di negozi (chiudo le sedi dove si vende di meno). Qui però parliamo di un grande player dei contact center. In queste aziende i volumi di lavori da smistare vengono decisi ex ante. In pratica, le chiamate che arrivano in una sede o in un’altra non sono affatto frutto del caso. Tutto viene pianificato per alimentare la concorrenza tra gli stessi lavoratori, indipendentemente dalla qualità del servizio offerto. Ci troviamo, dunque, davanti ad un vero e proprio dumping sociale tra le varie sedi. Alimentare questo senso di precarietà non fa altro che rendere il personale più remissivo nei confronti delle decisioni che piovono dall’alto. Questo modello di sviluppo sicuramente è visto di buon occhio dai grandi azionisti. Comdata è ormai di proprietà del fondo d’investimento americano Carlyle. Questa società internazionale di asset management in Italia è rappresentata da Marco Debenedetti, il figlio del famoso ingegnere. Anche la finanza apolide tiene famiglia.
Purtroppo, non ci troviamo di fronte ad un caso isolato. In precedenza è stato analizzato il caso di Italiaonline, un’impresa che nonostante gli utili in crescita vuole licenziare 400 persone. In ultima analisi il vero nodo della questione non è rappresentato tanto dai licenziamenti, quanto da un modello di organizzazione aziendale in cui la ricerca del profitto facile dequalifica completamente le maestranze.
Salvatore Recupero

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