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Washington, 21 gen – C’è chi si è illuso: “Con gli accordi di Abramo inizia una nuova era di pace e convivenza tra arabi e israeliani”, dicevano alcuni. “Trump ha messo a segno un importante traguardo per la pace nel mondo” affermavano altri. Molti però non si sono accorti che quello non è stato un accordo umanitario, bensì un’intesa strategica sull’asse Usa-Israele per far fronte ad un nemico comune: l’Iran. Quella parte dell’accordo che voleva la fine del colonialismo israeliano era sostanzialmente attuo a preservare la faccia di quegli stati arabi che, già da tempo disinteressati al destino dei palestinesi, si sono mossi per avviare delle collaborazioni ora anche ufficiali con lo Stato ebraico.



È questo che si è enunciato ulteriormente qualche giorno fa, quando Netanyahu ha promesso la costruzione di 780 nuove unità abitative da costruire sul suolo palestinese. Forse un tentativo di influenzare l’agenda del neo-presidente Biden, forse addirittura un braccio di ferro trai due politici, sicuramente un sopruso ai danni di quella popolazione che da decenni si vede privata di risorse idriche, beni primari e sovranità territoriale.

I nuovi insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est

È forse finita qui la questione? Certo che no: deve frullare qualcosa di grosso nelle relazioni Biden-Netanyahu. Sicché a 24 ore dall’insediamento del presidente alla Casa Bianca un nuovo inquietante annuncio giunge da Tel Aviv: l’Autorità Territoriale Israeliana (ILA) ha organizzato un concorso per l’appalto di ulteriori 2572 unità abitative. Queste si aggiungeranno alle 780 promesse da Netanyahu, saranno da costruire per la maggior parte (2112 unità) in Cisgiordania e le restanti (460 unità) a Gerusalemme Est. La maggior parte dei finanziamenti saranno poi garantiti direttamente dallo Stato.

La condanna dell’Onu

Una condotta, questa, già ampiamente condannata dall’Onu con risoluzioni su risoluzioni, rimproveri che però sembrano non interessare “all’unica democrazia del Vicino Oriente”. Si preannuncia quindi per i palestinesi un quadriennio duro fatto di soprusi, espropri e privazioni? Sappiamo solo che ormai le monarchie arabe si sono salvate la faccia, che Biden potrà incolpare l’amministrazione Trump per qualunque cosa e che Israele nel solo mese di gennaio ha promesso finanziamenti e appalti che non in tutto il 2020. 

Anche con Biden per gli Usa Gerusalemme resta la capitale di Israele

Oltre al danno pure la beffa: il nuovo segretario di Stato dell’amministrazione Biden, Antony Blinken, ha annunciato che l’ambasciata statunitense rimarrà a Gerusalemme. Nessuna intenzione, quindi, di modificare l’allora definita “controversa” decisione di Trump. Che sia un ulteriore passo nella direzione dell’istituzionalizzazione della capitale israeliana presso la “città santa”? I fatti parlano da sé, con la sottoscrizione di Blinken in persona, il quale ha detto in Senato di riconoscere Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele.

Addio “soluzione dei due Stati”

Altro che “soluzione dei due stati”, apparentemente, nonostante le annunciate simpatie della nuova amministrazione per il progetto. Il neo-segretario di stato di origini ebraico-ungheresi avrebbe infatti inizialmente detto di sostenere la realizzazione sul lungo periodo della sovranità palestinese, di vedere in questa una garanzia di pace e democrazia. Sarebbe persino cambiata la dicitura della missione diplomatica in “Ambasciatore statunitense in Israele, Cisgiordania e Gaza”, con un clamoroso dietrofront la sera stessa. La verità è che forse né l’America né “la democrazia mediorientale” hanno un reale interesse ad avere un’Autorità Palestinese sovrana.

La linea quindi rimarrà sempre la stessa: Israele continuerà sempre ad essere il nano sulla spalla del Golem, gli Stati Uniti, i quali vedono nella Nazione medio-orientale una garanzia per il loro interessi nell’area. Se però questo matrimonio continuerà ad essere felice dipenderà tutto da come Biden e Blinken si comporteranno nell’immediato futuro. È lecito credere che le relazioni rimarranno ottimali, quindi, soprattutto in vista di un sicuro confronto con l’Iran. L’amministrazione Biden dovrà infatti servirsi di tutti gli strumenti forniti da Trump e Pompeo per vincere la sfida contro Teheran.

Giacomo Morini

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