città del capoCittà del Capo, 3 nov – La città più famosa, ricca e suggestiva del Sudafrica è senza dubbio Cape Town. Circondata da ripidissime alture si affaccia sull’oceano Atlantico in una cornice unica al mondo. La zona centrale della città si divide tra spiagge meravigliose, la zona del vecchio porto intitolata al principe Alfred e alla regina Vittoria e una serie di quartieri dove l’architettura coloniale si alterna a quella tipica olandese e agli stili imposti dagli schiavi malesi.

Long Street, il cuore della vecchia Cape Town, ricorda New Orleans, un mix di Africa – Europa che difficilmente è possibile trovare altrove. Long Steet è anche il simbolo del progressismo sudafricano. Le coppie omosessuali passeggiano in pubblico mano nella mano e la notte i transessuali si impadroniscono degli angoli più bui per offrire il loro corpo al miglior offerente. Città del Capo è la città dell’inizio della fine del dominio boero nella regione, è la città del primo discorso di Mandela dopo il rilascio da Robben Island, ma è anche l’unica città non amministrata dall’Anc e che i bianchi continuano, anche se solo in parte, a controllare. Il numero dei cittadini di origine europea nella zona centrale della Città è assolutamente rilevante. Metà delle persone che si possono incontrare per Cape Town sono bianche. Più in generale tutta la provincia del Western Cape ha un alto tasso di residenti bianchi, equamente suddivisi tra boeri ed anglosassoni. Cape Town, però, è una città di quasi 3 milioni di abitanti e la zona centrale non ne ospita che qualche decina di migliaia. Il resto vive oltre le Table Mountains, nelle Township, le baraccopoli-ghetto sovrappopolate, flagellate dall’aids, dalla droga e dalla violenza delle bande criminali.


Decido di visitare una serie di township per riuscire a rendermi conto in prima persona di come vive il ceto urbano del Sudafrica e per poter scambiare qualche parola con i residenti nei ghetti. Per farlo non posso avventurarmi da solo, ho bisogno di una guida, che possa farmi attraversare incolume le baraccopoli sterminate che circondano la città. Nel mio giro mi faccio accompagnare da Yachi, un brillante quarantenne che decide di farmi da Cicerone per le strade di Cape Town.

Di dove pensi che io sia originario?” – Mi chiede sorridente – “Non saprei. Mi sembri arabo … anzi pakistano”, gli rispondo. “Io sono sudafricano al 100 %. Sono uno dei ‘ malesi del capo’, i discendenti degli schiavi che dalla Malesia gli inglesi nell’800 hanno portato qui. Quando i miei avi sono stati liberati, abbiamo iniziato a vivere prima nel quartiere Bo Kapp (famoso per le sue case colorate ndr) e poi siamo andati a vivere nelle township assieme agli xhosa. Io vivo ancora in una township. Ma nel mio quartiere non ci sono più baracche in lamiera.– mi dice orgoglioso – “anche se girare la sera è assolutamente sconsigliato, anche per i residenti, perché ad esempio il venerdì sera le bande che controllano il traffico della droga sparano per le strade”.

Con Yachi visiterò alcuni ghetti di Città del Capo, ma solo in uno di questi potrò scendere anche dall’auto per passeggiare tra le vie e parlare con le persone: la Township Langa, la più antica del Capo. Prima di arrivare a Langa attraversiamo l’ultimo quartiere della zona più vecchia di Città del Capo. Subito dopo la fine dell’apartheid i neri iniziarono a lasciare alcune baraccopoli per stabilirsi nella zona ovest della città. In pochi anni la violenza ed il degrado iniziò a dilagare nei quartieri a cui i neri avevano avuto accesso. “Qui – mi dice Yachi – hanno ucciso il più importante gangster di Città del Capo. Faceva spacciare i ragazzini per le strade. I genitori infuriati, circa un centinaio, si sono presentati sotto casa del criminale. Lo hanno aspettato ed appena è sceso dall’auto gli hanno sparato. Qui i problemi a volte bisogna risolverli da se, senza aspettare la polizia.

Langa è un quartiere che ospita più di 100.000 persone. E’ abitato solo da sudafricani di colore e per entrarvi è necessario ottenere una sorta di “permesso” da parte della comunità locale. Un ragazzo della comunità dei residenti, Paul, mi accompagna assieme a Yachi attraverso le vie del ghetto. E’ il mio lasciapassare. Se c’è Paul sono sicuro che non corro nessun tipo di pericolo. “I neri sono stati confinati qui per volere degli inglesi. Dicevano che la segregazione serviva per evitare il diffondersi di malattie nella città coloniale. – mi spiega Paul – La verità è che non ci volevano con loro. Langa è la prima forma di apartheid che abbiamo conosciuto.” Paul mi porta vicino ad una vecchia costruzione recintata. “Questo era l’ufficio dove durante l’apartheid dovevi venire per ottenere il lasciapassare per andare in città. Ora è un monumento alla memoria.” Chiedo a Paul di dirmi come sono oggi i rapporti con i bianchi: “Sono ottimi. Il passato è il passato. Ora dobbiamo tutti guardare al futuro. Andiamo e vogliamo andare d’accordo con i bianchi.”. Sembra sincero e, cosa molto sorprendente, non ha particolarmente voglia di parlare del periodo dell’apartheid. Non c’è alcun vittimismo nelle sue parole e sembra più interessato a descriverti le gravi condizioni attuali della sua gente, piuttosto che quelle del passato recente. Gli chiedo se ci sono bianchi poveri.Qui a Langa non vivono bianchi ovviamente. Ma, sì, esistono bianchi sudafricani che vivono in povertà. Non solo moltissimi, ma neanche così pochi.”

La gente che non ha un tetto dove stare si può costruire la sua baracca. Lo consente la legge. Qui a Langa ci sono numerosissime catapecchie in lamiera. Chi è più fortunato vive nelle vecchie case costruite dai bianchi negli anni ’40 ed ancora di proprietà dello stato. Mandela non ha promesso al suo popolo casa e lavoro, ma unicamente un futuro di pace e di armonia. Dobbiamo ancora lavorare molto per dare un tetto alla nostra gente.”.

Molte delle vecchie costruzioni volute dai bianchi per dare un tetto ai neri versano in uno stato di grave incuria. In ambienti comuni ed angusti, senza acqua corrente, vivono diverse famiglie con numerosa prole. Mangiano tutti assieme su lunghi tavoloni di legno. Con Paul posso entrare dentro le case. L’odore è molto forte, ma considerato il numero di persone che vivono in pochi metri quadrati, gli ambienti si presentano comunque decorosi, in ordine e, per quanto possibile, puliti. Gli stabili che sono stati restaurati, invece, offrono sistemazioni più dignitose. Ogni famiglia ha il suo appartamento, acqua corrente, tv, cucina etc. Tutto intorno alle abitazioni in muratura ci sono piccole baracche in lamiera. Qui si cucina all’aperto, tra l’immondizia, teste sanguinolente di pecora e si produce birra in vecchi bidoni della benzina. Passiamo nei vicoli stretti ricavati tra le singole baracche e così posso sbirciare all’interno dove è possibile scorgere tantissimi ragazzi giovani che fumano erba. Qui si vive, fondamentalmente, di assistenzialismo. Il lavoro scarseggia, così come la voglia di darsi da fare. Tutti sembrano in attesa che qualcuno gli porti aiuto, gli dia da mangiare e si prenda cura di loro. Anche questo è un lascito dell’apartheid.

Chiedo a Paul come mai qui a Langa posso girare per le vie del quartiere senza alcun pericolo, mentre pochi chilometri più a ovest non posso nemmeno entrare in auto nel ghetto. “Qui siamo tutti xhosa – mi risponde – Abbiamo le nostre regole, i nostri capi e il nostro modo di vivere. Qui nessuno viene lasciato indietro, ci occupiamo gli uni degli altri e guardiamo al futuro. Nelle altre township ci sono troppe etnie diverse e troppi immigrati. Qui a Langa, invece, ci assicuriamo che solo gli xhosa possano viverci. Solo così possiamo evitare che si diffonda l’eroina, che si spari per le strade e che i bambini siano arruolati nella criminalità.

Saluto Paul e Yachi e chiudo il mio viaggio in Sudafrica, uno stato dai mille volti e dalle mille contraddizioni, che ogni giorno si scontra con i suoi drammi interni, con la sua storia difficile e travagliata, con il precario equilibro tra tutte le etnie che vivono nel paese, con l’incompetenza e la corruzione dei politici. La difficile convivenza tra i diversi popoli presenti in Sudafrica dovrebbe indurre l’occidente ad un maggior grado di riflessione su temi quali l’immigrazione, l’accoglienza e l’integrazione, ma per qualcuno è più semplice affidarsi all’immagine della Rainbownation offerta dai media, che interrogarsi, veramente, sul futuro dei popoli europei, sulle implicazioni della spinta demografica degli africani, sulle inconciliabili differenze culturali e sui diversi stili di vita che ci distinguono dagli abitanti degli altri continenti.

Federico Depetris

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