Roma 21 ott — Dare priorità alle «sensibilità» (o capricci) di un uomo vestito da donna, rispetto alla salute di una donna vera, arrivando a rischiare la vita della paziente: accade a Londra, in una Gran Bretagna ormai militarizzata dall’ideologia gender e trans, dove un ospedale ha annullato all’ultimo momento l’operazione salvavita di una donna perché a detta della direzione non «condivide i valori di inclusione» della struttura.

Motivo? La paziente, vittima di un’aggressione sessuale, aveva chiesto allo staff di essere assistita da personale infermieristico biologicamente femminile. Escludendo quindi le donne trans, che donne di certo non sono. La paziente — un avvocato in pensione che MailOnline ha chiamato Emma per rispettare la sua privacy — è stata informata dal Princess Grace Hospital di Londra che la richiesta avrebbe messo il personale in una condizione di «disagio inaccettabile» e che l’operazione — un intervento colon-rettale urgente, raro e altamente complesso — era stata cancellata.

Rifiuta l’infermiere trans, le annullano l’operazione 

La donna, intervistata dal DailyMail, ha ricostruito le tappe dell’ignobile vicenda. Fatto il suo ingresso in ospedale, Emma aveva chiesto di poter dividere la stanza di degenza con persone del suo stesso sesso biologico e aveva precisato di non voler utilizzare pronomi o altre manifestazioni adesioni all’ideologia gender, di cui si professa pubblicamente contraria. «Non avrei accettato di riempire risme di scartoffie ospedaliere sulla mia “identità di genere” inesistente o di indicare i miei pronomi preferiti al personale». Ma il 6 ottobre scorso, arrivata in ospedale per le visite di valutazione clinica pre-operatoria, che comportavano ispezioni nelle parti intime, quello che sembrava essere un trans con una parrucca bionda e trucco molto accesso ha aperto la porta e ha stabilito un insistente contatto visivo con Emma, per parecchi minuti.

Presa di mira dagli attivisti

La donna, comprensibilmente inquietata dall’episodio, ha sporto lamentela inoltrando, in un’email, l’aggiuntiva richiesta di assistenza infermieristica per sole donne. «Ho iniziato a chiedermi se fosse una coincidenza che questo membro dello staff trans mi avesse fatto sentire la sua presenza in modo così inappropriato durante la mia prima visita. Ho iniziato a sospettare di essere stata presa di mira perché le mie cartelle mostravano il mio rifiuto di usare pronomi e la mia volontà di volere essere ricoverata con persone del mio stesso sesso biologico». «Per favore», concludeva Emma nell’email inviata alla direzione, «non rendete la vita difficile alle donne più vulnerabili costringendole a situazioni scomode e imbarazzanti. Non posso credere di essere il primo paziente ad aver sollevato questo problema».

La molestata dipinta come molestatrice

Immaginate il suo sbigottimento dopo aver ricevuto un’e-mail dall’amministratore delegato dell’ospedale, Maxine Estop Green, in cui le veniva fatto sapere che l’operazione era stata sospesa. In sostanza, l’ospedale «non condivideva le sue convinzioni» e si impegnava a difendere il personale da quello che veniva descritto come «stress inaccettabile» e da «discriminazioni e molestie». Di conseguenza, la paziente avrebbe dovuto prendere accordi alternativi per il suo intervento chirurgico. Senza operazione le condizioni di Emma sono peggiorate rapidamente, ha perso molto peso e ora le sue condizioni non le permetterebbero di sottoporsi a un intervento.

«Quanto accaduto è così insolito e privo di razionalità, da farmi credere di essere stata preso di mira da attivisti trans all’interno dell’ospedale. Come sempre, si tratta di uomini che rivendicano con prepotenza la propria identità di genere danneggiando le donne. Puniranno chiunque dica la verità. La sicurezza, la dignità e la privacy delle donne continuano ad essere sacrificate sull’altare di questa pseudo-religione. Non posso credere che tutto questo stia succedendo nel Regno Unito», conclude Emma.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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