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La “ritirata” Usa e la marcia tigrina su Addis Abeba: cosa succede in Etiopia

by Eugenio Palazzini
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Roma, 4 nov – L’Etiopia non è l’Afghanistan. Non è la tomba degli Imperi altrui, è un lento dissolversi delle polverose vestigia del proprio regno, o di ciò che ne rimane tra le steli disseminate nel Tigré. Terra conflittuale ed etnicamente divisa da sempre, cimitero di croci erette nei secoli, mitico miraggio d’Africa che fu per pochi anni colonia italiana. E’ qui che ciclicamente torna una guerra intestina. Quella attuale perdura dall’autunno 2020, con il premier Aby Ahmedi Ali – già incensato dai media internazionali allorché vinse il premio Nobel per la pace – che esattamente un anno fa lanciò un’offensiva armata contro i ribelli del Tigrai. Ne scaturì una carneficina che non servì a ripristinare il già traballante status quo. Vediamo allora cosa succede in Etiopia, adesso.

Cosa succede in Etiopia

Adesso quei ribelli tigrini stanno cambiando la direzione del vento bellico e marciano su Addis Abeba. Il primo ministro Abiy Ahmed ha dichiarato lo stato di emergenza di sei mesi, appellandosi ai cittadini affinché “difendano” la capitale assediata. Intanto però si rincorrono voci sulla possibile fuga di un premier incapace di tenere botta e impedire che la seconda nazione più popolosa dell’Africa piombi definitivamente nel caos. Le notizie che arrivano dall’Etiopia sono però confuse, pregne di versioni partigiane e dunque quasi mai del tutto attendibili. Quel che è certo è che entrambe le parti in guerra non risparmiano colpi bassi e brutalità. I resoconti delle Nazioni Unite parlano di stupri di gruppo, abusi sui prigionieri, arresti indiscriminati, torture.

Breve storia di una guerra civile

Per comprendere il conflitto in atto è utile tracciare un brevissimo quadro storico. Il Tigrè fu la prima regione dell’Etiopia in cui, dopo la conquista italiana, venne abolita la schiavitù nel 1935. Schiavitù in vigore proprio sotto il dominio feudale del “protettore del reggae giamaicano” Hailé Selassié. Ed è proprio per combattere il regime di quest’ultimo che nacque nel 1974 l’Organizzazione Nazionale Tigrina, trasformandosi in Tplf nel 1975. L’anno successivo, nel febbraio 1976, i membri del fronte di liberazione (di ispirazione marxista) pubblicarono il loro manifesto ideologico in cui si chiedeva la secessione del Tigrè dall’Etiopia, nonché la formazione di una Repubblica socialista indipendente. Ma la salita al potere dei tigrini è più recente, avvenne infatti dopo la guerra con l’Eritrea (poi ripresa nel 1998 e terminata nel 2000). Nel 1995 divenne primo ministro Meles Zenawi, già capo del Fronte di Liberazione del Tigré, che rimase in carica fino al 2012. Quattro anni dopo esplose la protesta dell’etnia oromo, primo gruppo etnico dell’Etiopia, che scatenò la dura repressione del governo. Il declino dei tigrini arrivò però due anni fa, con la salita al potere dell’attuale primo ministro, Abiy Ahmed Ali, presidente dell’Organizzazione Democratica del Popolo Oromo. Per la prima volta nella storia insomma, dal 2018 al governo in Etiopia c’è un premier oromo – nonché cristiano protestane – e lo scontro etnico sta riesplodendo.

La ritirata Usa

L’Etiopia non è l’Afghanistan, ma come la nazione asiatica potrebbe essere abbandonata d’un tratto dall’Occidente e in primis dagli Stati Uniti. Non a caso il presidente Joe Biden, due giorni fa, ha fatto sapere al Congresso che il suo governo sta revocando le preferenze commerciali in vigore con Addis Abeba. Una misura ufficialmente introdotta per protestare contro le violazioni dei diritti umani compiute nella guerra civile in atto. Il dato di fatto è che Washington sta progressivamente mollando il premier etiope. Oggi l’inviato degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, arriverà ad Addis Abeba per chiedere una soluzione pacifica del conflitto. Potrebbe però essere l’ultimo atto della longa manus americana, prima del definitivo dietrofront. Una ritirata diplomatica e commerciale, più che militare. Ma come per l’Afghanistan, il messaggio Usa è chiaro: non è più nel nostro interesse gestire una situazione infuocata.

Eugenio Palazzini

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1 commento

Prof. Massimo Sconvolto 7 Novembre 2021 - 9:30

Ma come?

Prima le creano le “situazione infuocate”
https://massimosconvolto.wordpress.com/2021/04/17/immemori/

e poi si ritirano con la coda fra le gambe?

Sarà mica perché sono falliti
https://www.blacklistednews.com/article/77962/american-national-debt-increases-and-becomes.html

quindi non hanno soldi ne per comprare governi come più intelligentemente ha fatto la Cina proprio in Etiopia
https://reportage.corriere.it/esteri/2014/made-in-ethiopia-la-nuova-fabbrica-del-mondo/

ne per vessare con le armi spacciando la violenza per “democrazia”? 😀

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