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TSan Pietroburgo, 4 apr. – 23 anni, kirgiso. Sarebbe questo il kamikaze autore della strage nella metropolitana di San Pietroburgo che ha ucciso 11 persone, questo il bilancio ufficiale, e ne ha ferite altre 45. Un kamikaze, quindi, contrariamente a quanto si era detto ieri. Anche se non è ancora del tutto esclusa l’ipotesi che l’attentatore sia invece vivo e in fuga.

L’uomo sarebbe stato identificato da alcuni suoi resti sul luogo dell’esplosione, avvenuta con una bomba realizzata con 200/300 grammi di tritolo e piena di dadi e palline di metallo. Dalle prime ricostruzioni fatte dai media il kamikaze era poco lontano dalle porte nella parte centrale del vagone, indossava probabilmente uno zaino dove teneva la bomba, oppure la nascondeva all’altezza della pancia, tenendola in mano. Prima di salire sul treno su cui si sarebbe fatto esplodere avrebbe lasciato l’altro ordigno, quello trovato inesploso, alla stazione Ploshchad Vosstaniya.

Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, tuttavia, ha invitato a non trarre conclusioni prima della fine delle indagini. Le informazioni degli investigatori ufficiali, per ora sono molto scarne e tutto quello che si sa viene dedotto da quanto riportano i media. Di ufficiale ci sarebbe il nome dell’uomo, diffuso dal portavoce dei servizi di sicurezza del Kirghizistan, Rakhat Saoulaïmanov: si chiamerebbe Akbarjon Djalilov, sarebbe nato nel 1995 nella città di Oš, ed è probabile che avesse acquisito la cittadinanza russa. Viveva a San Pietroburgo da sei anni, aveva cambiato diversi passaporti e ne aveva uno valido per l’espatrio.

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Tass, citando le forse dell’ordine, l’uomo aveva legami con i combattenti siriani e con molti gruppi islamisti messi al bando in Russia. E proprio i combattenti siriani ieri sui social network hanno diffuso post di esultanza per la strage compiuta. Nonostante l’attentato non sia ancora stato rivendicato, l’Isis aveva invitato a colpire la Russia per il suo intervento a sostegno delle forze di Assad in Siria.

Subito dopo l’esplosione, si era parlato anche di un uomo con la barba e il cappello nero, ripreso dalle telecamere di sicurezza, ma fonti ufficiali negano ogni suo coinvolgimento. L’uomo si sarebbe presentato alle autorità e avrebbe dichiarato la sua estraneità ai fatti. Pare che l’intelligence russa fosse al corrente dell’alto rischio di attentati a San Pietroburgo. Pare che un russo che collaborava con l’Isis, messo in carcere dopo il suo ritorno dalla Siria, avrebbe avvertito del pericolo, ma le sue informazioni non erano complete, essendo lui un militante di livello inferiore.

Putin, che si trovava a San Pietroburgo, sua città natale, per un incontro con il collega bielorusso Alexander Lukashenko, in serata si è recato a deporre fiori sul luogo dell’attentato. Anche gli Stati uniti hanno espresso il loro cordoglio. Prima con una nota dell’ambasciata, e poi con la telefonata del presidente Trump a Putin, durante la quale Trump ha offerto a Mosca “pieno sostegno” nel portare i responsabili dell’attentato davanti alla giustizia. Solidarietà è stata espressa anche dall’Unione Europae, con Federica Mogherini, capo del dipartimento degli Esteri nell’Unione europea, che si è espressa a nome di tutta l’Europa. Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu, capeggiato in questo mese dagli Stati Uniti, ha condannato con forza “l’attacco terrorista e barbaro”.

 

 

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