penn_chapo-kdJF-U10603013587718mRF-700x394@LaStampa.itRoma, 11 gen – Ci sono due modi per raccontare i bizzarri eventi che hanno fatto da sfondo alla cattura del boss del narcotraffico Joaquin Guzman, detto El Chapo. Il primo si riassume nella domanda: “Ma che razza di vita incredibile ha fatto Sean Penn?”. Uno che è stato sposato con Madonna, si è sbronzato con Bukowski ed è finito nella giungla a intervistare l’uomo più ricercato del mondo ha praticamente vissuto dieci esistenze normali in una. E in fin dei conti se l’attore fosse solo un artista maledetto potremmo chiuderla qui, derubricando la notizia a dettaglio sulfureo di una vita da rockstar. Quando però, oltre a fare film e risse nei peggiori bar di Los Angeles, sei anche uno che pretende di mandare messaggi etici, politici, solidali, la faccenda si complica (e questo è il secondo modo di vedere la vicenda).

Ma facciamo un passo indietro. Partiamo da lui: Joaquin Guzman Loera, capo del potentissimo cartello di Sinaloa, “azienda leader”, come si dice in questi casi, nel redditizio settore del narcotraffico internazionale. Malgrado la faccia da impiegato delle poste e una statura decisamente non imponente (è il suo metro e 67 centimetri ad avergli fatto guadagnare il soprannome: “El Chapo”, il piccoletto, il tarchiato), si tratta di una delle persone più pericolose del mondo, probabilmente il trafficante di droga più importante dai tempi di Pablo Escobar. L’ultima volta ne avevamo sentito parlare l’11 luglio 2015, quando era evaso, attraverso un tunnel scavato sotto al gabinetto, dal carcere di massima sicurezza Centro Federal de Readaptación Social Número 1 “Altiplano”. Una beffa incredibile per il governo messicano, tanto più che, per fuggire, il criminale si era comprato mezza prigione. El Chapo andava riacciuffato. Subito.

E nel bel mezzo di una caccia all’uomo senza precedenti che ti fa Sean Penn? Incontra segretamente il barone della droga per un’intervista per conto della rivista Rolling Stone. L’incontro è stato organizzato dall’attrice messicana Kate del Castillo, che ha interpretato una parte messicana in una nota soap opera, ed è avvenuto il 2 ottobre scorso in una località remota del Messico. Dopo lo scambio di convenevoli nella giungla, sarebbe dovuta seguire un’intervista formale otto giorni dopo, ma questo secondo incontro non ci sarà mai. Tuttavia Guzman ha inviato a Penn una registrazione video con le risposte alle domande che l’attore gli aveva mandato. L’incontro aveva l’obiettivo esclusivo dell’intervista ma Penn sostiene che il boss avesse interesse a far girare un film sulla sua vita. Proprio i contatti con gli attori e produttori hanno poi permesso di aprire una nuova linea di indagine per trovare il narcotrafficante. Ora Penn è indagato dalle autorità messicane.

Ma forse dovrà rispondere anche a chi, dopo averlo eletto re del cinema etico, ora si sente in diritto di porre qualche obiezione. Può, uno che avrebbe difficoltà a stringere la mano a un politico conservatore, farsi ricevere, con tanto di baci e abbracci, da un uomo che ammette di aver fatto uccidere due o tremila persone (si noti il margine di errore di mille vite umane)? L’appassionato interprete di Dead man walking si sente a proprio agio con il capo di un’organizzazione che risolve i problemi di concorrenza appendendo i rivali ai cartelli autostradali con i genitali in bocca? Ovviamente quella di Guzman è sicuramente una storia che qualsiasi giornalista vorrebbe raccontare (e comunque Penn non è un giornalista). Da qui a dare una tribuna a un boss per autogiustificarsi («Dove sono cresciuto non c’era un altro modo di sopravvivere») ce ne passa. Tanto più che l’intervistatore è un’icona anticapitalista che però non si fa problemi a concedere un’aura di fascino letterario a un tizio che ha un patrimonio di circa un miliardo di dollari e conduce una vita da nababbo in una zona infestata dalla miseria. E no, per spiegare questa cosa non basta quella faccia un po’ così di uno che è stato a letto con Madonna e ha tracannato birra con Bukowski.

Adriano Scianca

 

 

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2 Commenti

  1. Non è un falso buono, ma ha avuto il coraggio di affermare in una trasmissione televisiva americana che gli ISIS sono pagati dagli americani stessi. Falsi buoni sono altri, magari George Cloney, che non avrebbe mai l’onestà di dire la verità su quegli assassini, che poi sono i suoi stessi connazionali. Non si crederà che El Chapo fosse un delinquente come si pensa. Questi sono mantenuti e protetti dal potere politico…finchè gli fa comodo, e poi catturati quando gli fa altrettanto comodo. Come farebbe a trasportare la droga con sottomarini, aerei, elicotteri e via dicendo? Gli vengono messi a disposizione dai governi che dalla droga sono i primi a mangiarci. Insomma, una vendetta di stato per tutti e due. E’ questa la verità e se volete vedere l’intervista a Sean Penn, cercate su Youtube…l’ho vista meno 4 giorni fa.

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